Problemi della transizione 1982

MITO e Utopia

regionale e nazionale, con la presunzione di ritagliare un ’ isola di progresso infrastrutturale tecnologico in un quadro nazionale di pesante, ma purtroppo sottovalutata arretratezza. Confermando, con la scelta di far decollare due città leader, l ’ ipotesi che dal ritar do nelle infrastrutture tecniche il Paese intero non possa in alcun modo uscire. Da questo punto di vista non sono certo inattendibi li le preoccupazioni di coloro che vedono nell ’ operazione MITO un più o meno consapevole disegno di risuscitare lo squilibrio ege monico del triangolo industriale, sia nei confronti del Mezzogior no in permanente ritardo, sia nei confronti di quella terza Italia che negli ultimi anni ha saputo trovare forme nuove ed originali di sviluppo. La spinta verso le nuove tecnologie ed il terziario produttivo non può sostenersi con operazioni settoriali, con modelli territo rialmente elitari, con un ’ isola di progresso in un mare di arretra tezza; ma piuttosto ha bisogno di un quadro globale che affronti il più ampio orizzonte del decollo tecnologico e di programmi che in tal senso investano l ’ intera società e tutto il Paese. L ’ operazione dunque non può restare confinata a due o tre settori dell ’ infra- struttura tecnica, né limitarsi ai due (o ai tre) vertici dell ’ ex trian golo industriale: ma deve avere la forza di uscire dai suoi angusti limiti settoriali e territoriali. Una proposta di decollo tecnologico che parte dalle due tradi zionali capitali del lavoro italiano deve avere il coraggio di misu rarsi con le contraddizioni dei piani e dei programmi infrastruttu rali nazionali. E mettere, ad esempio, in discussione il rilancio in differenziato degli investimenti autostradali — che insieme a po che scelte indispensabili, propone soluzioni francamente discuti bili — , quando non si riesce a far decollare sul serio l ’ ammoderna mento della rete ferroviaria, che versa ormai in uno stato di coma profondo. Una simile proposta deve aiutare a capire, per fare un altro esempio, che il passante ferroviario avviato a Milano non è la stessa cosa di quello richiesto a Firenze: dove con i 500 miliardi necessari perché la ferrovia sottopassi la città, si potrebbero realiz zare una vasta rete urbana di metro leggero ed efficaci adegua menti ferroviari per la rete territoriale extraurbana. Una verifica globale della infrastruttura energetica nazionale che parta da Milano e da Torino, potrebbe forse far intendere al Paese che non è più possibile lavorare a costi competitivi, se l ’ elet tricità viene prodotta in Italia ad un costo doppio che in Francia: e che dunque le dispute e i ritardi sul metano algerino e sovietico sono semplicemente grotteschi. O magari potrebbe convincere il governo centrale che la diffusione massiccia della cogenerazione di elettricità e acqua calda e del teleriscaldamento in centinaia di città, non è una questione che può essere abbandonata alla spon tanea iniziativa dei comuni, ma che va programmata e finanziata organicamente. E specialmente potrebbe imporre all ’ attenzione di tutti quello che è forse il problema di fondo della ristruttura zione industriale: il passaggio da una industria altamente energi- vora per scelte merceologiche e produttive, ad una industria pen sata e programmata per la riduzione dei consumi energetici. Il prestigio produttivo di Milano e Torino potrebbe scendere in campo per dimostrare che l ’ ambiente non è soltanto il paesaggio naturale e che la qualificazione dell ’ infrastruttura ecologica serve

15. Un decollo tecnologico per tutto il Paese

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