Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

un ’ immagine o un compito privati o personali della filosofia, del sapere, della critica storica. Qui era veramente Fanti-Croce, la sua lezione appassionata e carica di esperienze vissute, era tuttavia del tutto impersonale, e qui, non c ’ è dubbio, ricordava Aristotele, Galileo, Kant, un certo Hegel, Husserl. La ragione dell ’ uomo de ve poter comprendere se stessa, cioè la propria storia, la ricchezza dell ’ esperienza, la molteplicità dei motivi culturali ai quali l ’ uo mo dà vita, di volta in volta, il diritto, l ’ arte, la religione, la so cietà e gli stati, la scienza e la stessa filosofia. Solo così la ragione può comprendere il proprio tempo e attraverso questa compren sione investirne l ’ antefatto, cioè la storia. O riusciamo a stabilire di volta in volta i vari piani dell ’ universalità e della razionalità o restiamo prigionieri di una visione parziale della realtà, inevitabil mente mitologica o metafisica. Dobbiamo partire da qui se vo gliamo a nostra volta cercare di comprendere il nesso intellettuali e società in relazione all ’ idea dell ’ uomo copernicano, senza cade re, e quindi senza far cadere il pensiero di Banfi, in un esercizio scolastico. Bisogna tener fermo un punto, individuato da Garin fin dal 1970 1 : se non vado errato non ebbe seguito. Garin mise fortemen te e giustamente in luce una caratteristica diciamo pure ovvia della formazione e della presenza banfiana, ma la collegò con un ’ altra, altrettanto ovvia, ma meno nota, e in fondo non adeguatamente posta in luce dagli scolari e dagli interpreti. «Banfi visse con origi nalità, e a modo suo, il lungo viaggio dalla crisi delle certezze del primo decennio del secolo fino all ’ approdo husserliano, e alla scelta comunista, senza mai rinnegare le acquisizioni della grande esperienza della filosofia della vita simmeliana». Ma questa sua originalità — aggiunge Garin — il suo tenersi in margine rispetto alle diverse parrocchie accademiche e ufficiali non lo isolò affatto, anzi rese più fitto e soprattutto più libero il dialogo, il dibattito, la polemica. Egli potè mantenere questa posizione grazie, appun to, all ’ altra caratteristica: quando si pensa a un Villari, a un Salve- mini, alla stessa analisi che Gramsci nel ’ 26 faceva degli intellet tuali italiani, si deve riconoscere quanto Banfi fosse lontano da questo mondo: «prima ancora di una polemica teorica, e persino di una antipatia umana, c ’ era in lui un distacco profondo nei con fronti di una temperie culturale saldata ad una tradizione e a una politica». Sono quasi certo di non essere frainteso ma è bene evitare gli equivoci su questo punto. Quindi, con Garin sostengo che, se c ’ è stato un pensatore italiano ricco di esperienze civili e culturali, ca lato nelle cose, tutto teso a comprenderle, questo fu Banfi. Ma nello stesso tempo Banfi rifiutò, di fatto e per iscritto, la tradizio ne, la figura e diciamo pure la retorica dell ’ intellettuale impegna to, una retorica che sta celebrando oggi i suoi fasti, del pensatore che ritiene di poter comprendere la realtà solo partecipando, in quanto pensatore, alle sue vicende quotidiane, della cultura come politica e della politica come cultura. Leggo qui una lezione per il

1 A.B. e il pensiero moderno, in Intel lettuali italiani del XX secolo, Roma, Ed. Riuniti, 1974, p. 216 (rielaborato da «Rivista critica di st. d. filos.», XXV, 1970, pp. 75-95).

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