Problemi della transizione 1982
Antonio Banfi
presente, della quale dobbiamo tener conto anche se ora non può essere discussa, ma c ’ è soprattutto la traccia per mettere a fuoco il nostro tema. L ’ impostazione di fondo dalla quale fare emergere il rapporto filosofia-intellettuali, politica-società è consegnata — a mio avviso — nei grandi saggi sul diritto e lo stato e sulla filosofia della mora le del 1934-3 5 2 , anni tra i più oscuri e dolorosi della storia nazio nale, ma nello stesso tempo, e forse proprio per questo, il tempo alto della maturità banfiana. Egli ha alle sue spalle una compiuta, ma non definitiva, sistematica del sapere, come tutti sanno, ma soprattutto le grandi esperienze storiche e speculative consegnate nel primo Galileo e nel Pestalozzi, e sta dettando alla statale di Milano le sue celeberrime lezioni su Spinoza. Nel suo, e nostro, tempo Banfi ritrova, diversa e forse più grave, la stessa situazione drammatica e oscura, di tensioni e di crisi, di cui aveva fatto espe rienza studiando quegli autori a lui cari. I quali, nel loro tempo, avevano pur rappresentato una coscienza nuova, una prospettiva a partire dalla quale veder chiaro nella crisi sociale e speculativa. Ve dremo che non si tratta in questo caso di intellettuali, come certa mente non erano intellettuali, nella terminologia e nella proble matica banfiana, i sostenitori della ragione ai quali egli guardava nel presente, Husserl e in parte Martinetti. Ma veniamo ai testi citati. Il saggio sul diritto e lo stato delinea bene ciò che Banfi intende, anche in questo caso, per ricerca, e ri cerca teoretica, quindi per il compito della filosofia (diciamo qui, anticipando, del filosofo — che risolve in sé, sul piano della ricer ca di Banfi, l ’ intellettuale). Il tema: «Definire l ’ idea del diritto, riconoscere le linee essenziali dell ’ esperienza che vi corrisponde, analizzare in funzione di tale idea il concetto di Stato, è lo scopo del presente saggio». Ma: «... l ’ idea non è oggetto del sapere per se stessa, ma il criterio metodico di un sapere che tende ad essere teoricamente puro e a risolvere la parzialità e determinatezza dell ’ esperienza empirica in un universale e progressivo rilievo del la illimitata sua ricchezza e dinamicità» 3 . Non ci interessa la costruzione dell ’ ampio saggio, ma soltanto una delle sue motivazioni centrali - il momento della socialità - e la sua conclusione - la sfera della politica. È interessante come Banfi faccia valere il principio o momento o categoria della socia lità all ’ interno stesso dell ’ ordine del diritto e dello stato: «... il momento della socialità è altrettanto essenziale quanto quello della personalità, ad esso correlativo, ma da esso assolutamente in derivabile» (p. 402). Infatti, la socialità di cui parla Banfi non è in atto in una determinata società e neppure nella comunità umana in generale (p. 403): sarebbe una considerazione non dialettica di questo concetto, parziale, chiusa e quindi sostanzialmente metafi sica, cioè astratta. La socialità «è processo che si svolge attraverso le forme concrete di società, che le fonda e insieme le risolve» (p. 403). E questo processo, aggiunge Banfi, è una sintesi o meglio una confluenza di due polarità, che consente di superare gli sche
2 Sagffi 0 s *d diritto e sullo Stato (1935) e Sui principi di una filosofia della mo rale (1934), ora in Ricerca della realtà, Firenze, Sansoni, 1959, voi. II. 3 Saggio diritto e sullo stato, cit., pp. 391 e 396 (poi citiamo direttamen te nel testo).
67
Made with FlippingBook. PDF to flipbook with ease