Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

matismi, pur validi, del giusnaturalismo o della sociologia: da una parte «l ’ organicità unitaria ed originale d ’ ogni comunità», un mo mento conservatore che mantiene compatta la struttura sociale; dall ’ altra «l ’ universalità come principio d ’ integrazione e di risolu zione di tutte le forme di centralità particolari... individuali», è l ’ atteggiamento riformatore e progressivo che considera la società un complesso di forme individuali interdipendenti. «Dove man chi tale tensione non può parlarsi di socialità, come di una linea di sviluppo della cultura, ma come di un mero dato naturale» (p. 404). In questo quadro, sommariamente delineato, dovrebbe esser chiaro che, come la personalità, la socialità o rimane a sua volta un ’ astrazione oppure «è un infinito risolversi delle sue strutture particolari in ordine di diritto» (p. 405). Certo, «storicamente non tutto il campo della socialità si traduce in società di diritto e non tutti i rapporti di diritto si traducono in vita di diritto. ..»; tuttavia «società e diritto sono organicamente congiunti»: il diritto trova nella società il suo stesso fondamento, mentre la società trova nel diritto il suo principio di universalità e di aperta progressività, in una connessione non omogenea ma variamente articolata e stori camente mutevole (p. 409). Non possiamo seguire Banfi nella sua analisi della legislazione e dello Stato, ma ricordiamo almeno che per Stato egli intende quell ’ «organismo sociale in cui si attua, at traverso forme particolari ed empiriche, il puro principio di dirit to, il principio cioè della socialità autonoma» (p. 436). A Banfi non interessa — così è detto — né lo stato ideale né uno stato em pirico particolare, ma l ’ individuazione di quella legge razionale della storia e della cultura che non nega l ’ esperienza storica, ma l ’ arricchisce e ne rende possibile la comprensione. Per aggiungere qualche delucidazione mi limito a ricordare che il concetto di società o meglio il momento della socialità, sia pure diversamente articolata, ricompare nel citato saggio del ’ 35 sulla filosofia della morale: «La moralità... concepita come il piano di coincidenza dell ’ ideale unità della persona e universalità della so cietà. .. non può definirsi né secondo un sistema fisso di puri valori [cioè secondo un ordine astratto metafisico] né secondo una deter minata forma di realtà [sociale o altro]» (p. 558). Una filosofia della morale non può non tener conto che la moralità è il princi pio di un processo che si svolge nella concretezza della cultura, in funzione di una sua propria legge, che risolva secondo un ritmo vario ed infinito quelle forme della personalità, degli organismi sociali e dei loro rapporti che tendano a cristallizzarsi, e li spezza e li rinnova. Leggiamo, dunque, parafrasandola, la pagina banfiana che conclude il saggio sullo stato facendo propri i risultati del saggio sulla morale. L ’ analisi della vita dello stato e della dialettica della moralità, la messa in luce della socialità come loro momento inter no e determinato ha percorso le linee di coesione e di intreccio de gli altri campi della cultura, ma «il punto di vista e l ’ indirizzo so no rimasti, come conviene ad una ricerca filosofica, puramente teoretici». Così e solo così il filosofo può «sfuggire all ’ errore di so vrapporre alla realtà vivente della politica, sublime e tragica insie me, l ’ immagine di uno Stato ideale, astrazione impoverita e neu tralizzata di quell ’ ideologia pragmatica, che si giustifica solo di fronte a concrete situazioni...» (p. 441); per lo stesso motivo, ag giungiamo noi, il filosofo si rifiuta di imporre alla realtà effettuale

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