Problemi della transizione 1982
La cultura giovanile
caratterizzano e rendono omogenea la «cultura giovanile» — se è vero che esprimono, in gran parte, una preoccupazione e una riflessione co stante per il sé (termini come «autodetermina zione», «capacità di scelta», «autonomia indivi duale» indicano molto bene il «luogo» su cui si concentra l ’ interesse), esprimono anche — come vedremo meglio in seguito — nello stesso tempo uno spostamento e un reinvestimento di energie e uno spostamento e mutamento di direzione delle aspettative. Dalle aspettative di carriera a quelle verso gli aspetti contenutistici e relaziona li del lavoro; dall ’ impegno in organizzazioni e istituzioni politiche in senso stretto all ’ impegno in una multiforme rete di associazioni. 3. La formazione della cultura giovanile: dall ’ «unicità» dell ’ origine al policentrismo dell ’ esperienza È difficile, nel mettere in luce i tratti emer genti della cultura giovanile, non notare una sin golare analogia con quanto sottolineava R. In- glebart 4 fin dagli inizi degli anni settanta nel ri portare i dati di una ricerca comparata in diversi paesi europei sugli orientamenti delle giovani generazioni. Questo autore rilevava infatti una trasformazione così profonda nelle forme della soggettività da sostenere che una «rivoluzione si lenziosa» aveva sovvertito non solo i valori bor ghesi classici della carriera, del prestigio sociale e del successo professionale, ma anche quelli «ma terialisti» della sicurezza e del benessere econo mici. Questa erosione lenta e sotterranea degli orientamenti tradizionali impregnati di privati smo e di strumentalismo avrebbe portato alla lu ce e generalizzato nelle fasce più giovani della popolazione orientamenti e valori nuovi, di tipo essenzialmente «espressivo», — come l ’ autorea lizzazione, il senso di solidarietà, la libertà di opinione, la difesa della natura e della cultura — che R. Inglebart definisce, significativamente, come «postborghesi» o «postmaterialisti». Quegli stessi fenomeni, che R. Inglebart interpreta co me un mutamento qualitativo e un superamento della cultura borghese classica, verranno intesi
di una reciprocità di rapporti tra studenti e inse gnanti, ossia di una reciproca considerazione dei propri, rispettivi interessi ed esigenze. Non si tratta, dunque, di negare ruoli e competenze in nome di un egualitarismo più o meno astratto, ma semmai del suo contrario: riconoscere e ri spettare l ’ esistenza di diversità che sono percepi te sia in termini di potere sia, soprattutto, in ter mini generazionali e di esperienza. Uno «sposta mento» analogo lo si riscontra anche per quanto riguarda l ’ immagine della politica e del «fare po litica». Non solo si nota un distacco rispetto alla tradi zionale partecipazione partitico/istituzionale, che comporta una critica, spesso aspra e radicale, di certi modi di «fare politica», ma un tentativo di ridefinire il senso e foggio stesso del fare politica. Tale ridefinizione opera facendo slittare i confini entro cui il senso comune — ma anche le categorie utilizzate nell ’ indagine scientifica — circoscriveva la sfera politica come nettamente distinta dalla sfera privata/personale. Si attribui scono dunque significati politici ad ambiti, rela zioni, pratiche che da sempre erano stati consi derati «altri» o antitetici. Il controllo della sfera quotidiana, la trasformazione dei rapporti inter personali, la capacità di orientare e di «program mare» autonomamente la propria vita (o, come dicono gli studenti, le «capacità di compiere del le scelte»), e di «gestire» la propria identità sem pre più incerta e precaria sono altrettanti proble mi che non vengono più percepiti come «partico lari», «individuali», ma si riconosce ad essi un potenziale prima sconosciuto di generalizzazio ne. Non varrebbe certo la pena soffermarsi su questa concezione estensiva della politica, pren dere — in certo senso — «sul serio» le definizioni e le «immagini» degli studenti se si trattasse di una pura questione terminologica che nasconde — come alcuni hanno suggerito — un fenomeno molto più banale e inconfessabile: un ritiro ef fettivo dell ’ impegno, un ripiegamento sul sé o — come dice il titolo di un libro uscito in Ameri ca ma divenuto subito famoso anche in Italia — una «cultura del narcisismo» 3 . In realtà tutti gli aspetti che ho finora sottolineato — dal privile- giamento del contenuto concreto del lavoro alla concezione estensiva della politica, aspetti che
3 C. LASCH, La cultura del narcisismo, Bompiani, Milano 1981.
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