Problemi della transizione 1982

Etica del lavoro

stretti e forzati, sotto l ’ imperio della necessità. Necessità imposta dal processo di produzione ca pitalistico: «se non lavori non mangi», «tu sei ob bligato a lavorare altrimenti non ti resta che fare l ’ accattone» 5 . Disciplina del salariato esercitata spesso sotto forma dell ’ ingiunzione dei genitori rivolta ai giovani all ’ uscita della scuola: «piccola mia tu vai a lavorare, io non ho i mezzi per mantenerti». Ma, a questo proposito, la requisitoria contro i vecchi, agenti esecutivi concreti della disciplina del lavoro salariato, («se non ci fossero i miei ge nitori, io non lavorerei») si esaurisce nella neces sità astratta «di andare a lavorare» («in ogni mo do si è obbligati a faticare»). Mentre la vita familiare è produttrice del senso del lavoro dell ’ operaio sposato, «divertirsi» è il senso del lavoro dei giovani, riassunto parados salmente nella loro arringa: «Non c ’ è che una ra gione per lavorare: per uscire e per divertirsi» pa radosso apparente poiché, se il lavoro è una ne cessità, e limita il tempo per divertirsi (il sabato sera) esso offre anche, per mezzo del salario, la possibilità di divertimenti inaccessibili se manca no i soldi («i locali del sabato sera»). Accusati dunque di «non pensare che a diver tirsi» i giovani, al contrario, vedono nei loro «vecchi» le vittime di un ’ abulia generalizzata. Nella misura che «divertirsi» costituisce fuori del lavoro il senso stesso della vita, non divertirsi più e non pensarci nemmeno più è allora considerato come una perdita radicale del senso della vita, di cui non rimane che il nulla del lavoro. Poiché, quali che siano le circostanze atte nuanti che essi gli accordano; quale che sia la lo ro commiserazione — attraverso le loro multifor mi esperienze di problemi di denaro, di tempo, di fatica propri delle famiglie popolari — il bi lancio che i giovani fanno della vita dei «ricchi» è categorico: «non è una vita!». Una vita dedicata interamente al lavoro senza per altro sfuggire mai ai diffìcili fine mese «c ’ era no dei problemi di soldi, come in tutte le fami glie di operai». Una vita di lavoro di cui il senso affermato soggettivamente è la vita familiare, ma questa è resa obiettivamente impossibile dalle difficoltà finanziarie e dalla fatica: «non credo che il lavoro e l ’ amore siano compatibili», «mancava l ’ amore, si può dire». Infatti, più che di una requisitoria,

l ’ afferma, la disciplina che è all ’ origine della metamorfosi per cui il giovane fannullone diven ta «un operaio coraggioso». Il paragone formula to esplicitamente fra il coraggio dell ’ operaio di fabbrica e la pigrizia del giovane che pensa solo a divertirsi, rinvia in effetti ad una seconda oppo sizione — questa implicita — fra 1 ’ «operaio di fabbrica» e «il giovane»: il primo è sposato e l ’ al tro no, il primo «porta la sua paga a sua moglie» e l ’ altro «non lavora». Ciò che separa il primo dal secondo è così, oltre all ’ opposizione «corag gio»/«pigrizia», la disciplina familiare che si esercita sul primo: che nevichi o che tiri il vento, che faccia bello o che piova, egli deve portare la sua paga a sua moglie. Ma in effetti, questo «do vere» deriva senza dubbio meno dalla disciplina che la moglie esercita — se necessario — sull ’ operaio sposato che dal «senso del dovere» o, più esattamente, dal «senso» che la famiglia dell ’ operaio sposato conferisce a questo dovere: se lui lavora è per la sua famiglia. Insomma, ciò che separa «il giovane pigro» dall ’ «operaio coraggioso» è dunque ad un tempo la disciplina che sua moglie può esercitare sull ’ operaio e il senso che la vita familiare confe risce al lavoro dell ’ operaio. Se il giovane non lavora, non pesa su di lui nessuna disciplina paragonabile a quella che può esercitare «la borghesia» 4 , e a lui non s ’ impone nessun senso sostitutivo a quello che la vita fami liare conferisce al lavoro. Il vero rimedio alla pi grizia del giovane operaio starà allora nel matri monio e nella vita familiare, produttori ad un tempo di senso e di disciplina. E se l ’ opposizione delle situazioni obiettive resta implicita è esplicita quella fra il vizio e la virtù; senza dubbio la virtù non può essere consi derata tale che a prezzo dell ’ occultamento della necessità da cui essa proviene. La difesa dei «giovani» A questa requisitoria risponde quasi simmetri camente un ’ arringa dei giovani i cui termini, per restare alla nostra inchiesta, sono i seguenti. In nanzitutto essi si riconoscono colpevoli nella mi sura in cui essi non negano i fatti che vengono loro rimproverati: «io non amo il lavoro, preferi sco divertirmi». Se essi lavorano è solo perché co

4 Nel gergo operaio del XIX secolo, la donna di casa è detta «borghese»; la de finizione è tutt ’ ora corrente. 5 «Il processo di produzione capitalisti ca riproduce (...) da se stesso la separa zione tra lavoratore e condizione del la voro. Riproduce ed eternizza in questo

modo le condizioni che costringono l ’ operaio a vendersi per vivere, e met tono il capitalista nella condizione di accettare per arricchirsi», K. KARX, Le Capitai, L.I., T. 3, pp. 19-20, Editions Sociales, Paris, 1950.

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