Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Osservazioni Lo schizzo di questo processo che giovani e vecchi, entro le classi subalterne, si intentano re ciprocamente, richiede alcuni commenti. Anzi tutto in merito all ’ estensione di questo conflitto di generazioni. Le inchieste, qualitative, utilizzate per met terlo in evidenza, non autorizzano affatto a con ferirgli una portata generale. Al contraio è suffi ciente produrre alcuni contro-esempi per relati vizzarne la portata. Esempi, dal versante «giova ni», di quanti dichiarano per questa o quella ra gione («evitare la scuola», «aiutare i genitori», «annoiarsi di meno») la loro voglia di lavorare. Un ’ osservazione, a proposito di questa foga dei giovani, come ci è apparsa nella nostra in chiesta: non si cerca mai, così almeno sembra, la posizione da occupare nel campo della divisione del lavoro. Si tratta, in effetti, o di fuggire la posizione occupata nella scuola («me la cavo in fretta dalla scuola», «avevo disgusto per la scuola»), o di fug gire quella degli ozi senza lavoro, ovvero anche senza denaro («Passavo tutti i miei giorni seduto, o al flipper o ascoltando musica»). E se non si tratta di sfuggire alla scuola o alla noia non è neppure la posizione occupata nel mercato del lavoro ad essere cercata, ma la posizione che essa conferisce fuori del lavoro. Così «aiutare i genitori» è l ’ omologo, per i gio vani, del «portare la paga alla moglie» dell ’ ope raio sposato. Così «guadagnare il pane» conferi sce ai giovani delle classi subalterne lo statuto di adulto (economicamente autonomo). In questo modo «avere dei soldi» apre l ’ accesso a degli agi «giovani», («pagare da bere agli amici», «andare in un locale», «portare una ragazza al cinema») ecc. La ricerca di un inserimento rapido nel merca to del lavoro (e, all ’ occorrenza, nelle posizioni inferiori della divisione del lavoro) non deriva dunque tanto dai benefici scontati nell ’ ambito stesso del lavoro, quanto dall ’ abbandono della posizione precedente, scolastica o extrascolastica (disoccupazione), i cui vantaggi sono considerati nulli o negativi; oppure deriva dai vantaggi otte nuti dal salario fuori del lavoro («aiutare i geni tori», «accesso ai divertimenti», «accesso allo sta tuto di adulto», ecc.). Si tratta di esempi, valuta ti dagli adulti che, al contrario dei primi, vedono i giovani d ’ oggi non dei colpevoli (di pigrizia), ma delle vittime (della crisi). I giovani subiscono direttamente gli effetti ne fasti della crisi. Sono le prime vittime della di soccupazione... I giovani lavorano in media più

si tratta di una constatazione che contiene la co scienza dell ’ impossibilità obiettiva, in cui si tro vano i vecchi, di sfuggire al loro destino: «quan do si è rientrati là dentro, non ci sono pratica- mente molte possibilità di uscirne». Coscienza che questo destino oggettivo implichi obiettiva mente un insieme di disposizioni soggettive alla passività o alla rassegnazione: «E una macchina, vero? Mio padre è una macchina». Se, nella requisitoria dei vecchi, il matrimonio è implicitamente il punto di partenza per la rie ducazione morale dei giovani, esso diventa, nel la difesa dei giovani, il punto di partenza per la soggezione a questo destino: «quando ti sposi è finita». «Quando ti capita questo è finita», «Se io mi sposassi, sarebbe finita! ...» Si tratta quindi di divertirsi, finché c ’ è ancora tempo, durante questa parentesi di alcuni anni che si è aperta alla fine della scuola e si chiuderà con il matrimonio (la «giovinezza»), prima che la disciplina familiare (dopo il matrimonio), so vrapponendosi alla disciplina del lavoro salaria to, non lo condizioni interamente. Non si potrà più fare la bella vita, bisognerà trascorrere la propria vita. Se i giovani non pensano che a «divertirsi», co me li accusano i vecchi, è soprattutto perché «di vertirsi» è il solo senso che possa ai loro occhi es sere conferito alla necessità di lavorare. Essi sanno, inoltre, che c ’ è solo un tempo per divertirsi: fino al matrimonio, questa fatalità «che vi cadrà addosso» fra non molto («è la rete che ti cade sulla testa», «quando questa ti cade addosso è finita»). Infine essi ritengono che «le soddisfazioni del la vita familiare», sostitutive al «divertirsi» della giovinezza, siano illusorie. E per questo che l ’ arringa dei giovani si rivolta talora in requisitoria contro i vecchi. Al fondo non c ’ è, il più delle volte, il non aver potuto, sa puto o voluto predisporre per loro un altro avve nire (talmente sembra inesorabile la fatalità che vuole che un «padre operaio generi un figlio operaio»), ma l ’ impazienza che i giovani testi moniano a fare di questo avvenire il loro presen te, rimproverandoli perché si divertono un po ’ e «rimproverandoli poi perché vadano a lavorare». Indignazione dei giovani rispetto ai vecchi che non comprendono questa domanda, in un certo senso, di rinvio, prima di accettare la loro condi zione e per prendere il tempo di «abituarsi». Questa incomprensione non può non venire, se condo loro, che da un ’ amnesia da cui sarebbero colpiti i vecchi che dimenticano la loro giovinez za: «Loro non sono mai stati giovani, parola d ’ onore!»

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