Problemi della transizione 1982

Etica del lavoro

tiva di promozione sociale, e nella misura in cui l ’ assenza stessa di ogni prospettiva di promozio ne è alla base della loro instabilità professionale, essi si trovano in qualche modo «disposti a svol gere lavori saltuari precisamente in un periodo in cui un numero crescente di imprese ha interesse a questa forma di reclutamento» 67 . Rassegnazione Fuori da ogni prospettiva di promozione so ciale, destinati come i precedenti alle posizioni subalterne nella divisione del lavoro, alcuni infi ne, avendo dovuto già da ora rinunciare a «uscir ne fuori», intraprendono il «ci si impegna». In fatti, presso la maggior parte dei giovani consi derati, di fronte alla necessità di avere un lavoro, si mette in atto un cammino contraddittorio tra «rifiuto della nacessità» e «adattamento alla ne cessità». Se «il rifiuto» è predominante nei casi precedenti, «l ’ adattamento» (sotto specie spesso di rassegnazione) lo è nel caso presente. Da quali condizioni procede la messa in opera di queste «pratiche di adattamento?» Al di fuori della pro mozione, sotto quali condizioni «l ’ adattamento alla necessità» è il termine dominante della con traddizione tra «uscirne»/«impegnarsi»? La fami glia d ’ origine senza dubbio ha in questo caso un ruolo predominante. In tre modi. In misura non solo alla disciplina che essa esercita costringendo i giovani a lavorare (uscire con la minaccia — spesse volte concretizzata — di «tagliare loro i vi veri» 68 ), ma anche al «senso» che la famiglia con ferisce alla «necessità di lavorare» («per aiutare i propri genitori»). In misura quindi alla lotta in gaggiata dalla famiglia d ’ origine contro il declas samento, sotto specie di controllo sociale che essa è in grado di esercitare — nel limite delle pro prie capacità obiettive e soggettive — sui giovani minacciati di cadere o di ricadere nel sotto proletariato, posti di fronte al «danno morale» della «fannullaggine» e dei suoi conseguenti: de linquenza, alcoolismo, droga, prostituzione, ecc... 69 ed esposti al «contagio» dei «mascalzoni» del vicinato. In misura infine al fatto che la fa miglia d ’ origine, essa stessa «adattatasi alle ne cessità, sia riuscita ad inculcare le procedure di «adattamento alle necessità». Questo «adattamento alla necessità» di dover

occupare, senza volere «uscirne fuori», delle po sizioni subalterne nel campo della divisione del lavoro, ovvero — obiettivamente — di avere un impiego regolare e di tenerselo, suppone l ’ ap prontamento e la messa in opera di un insieme di processi. Innanzitutto si tratterà di rifiutare le motivazioni che sostengono la scelta ad «uscirne fuori», di sfuggire dunque — se non alle auto classificazioni — comunque alle classificazioni negative legate alle posizioni subalterne della di visione del lavoro. Tenere a distanza e, se possi bile, eludere una coscienza troppo viva della esperienza della differenza che richiama all ’ ordi ne dei posti definitivamente assegnati («in fon do») e rigettare la provocazione delle possibilità ormai precluse. Rinforzare dunque la chiusura del paesaggio sociale tenendo distante, per quanto si può, «il mondo degli altri», tenendosi lontani: «ciascuno al proprio posto», «non si av vicina quella gente là», non ci si avventura nel loro territorio («ne avrei vergogna»). Si schivano le incursioni dei «missi dominici» del mondo de gli altri 70 , e, al bisogno, li si caccia perché alla fi ne, quali che siano le loro intenzioni, la loro stessa esistenza che riafferma la loro presenza, intralcia il ritorno al «purgatorio perduto» in cui ognuno «essendo collocato sotto la propria inse gna», «si sente bene perché non conosce niente dell ’ altro». Messi a confronto con una provoca zione incontenibile, ci si sottrae perché la rivolta individuale è sterile («A cosa porta?... Tu avan zerai forse?!...») e pericolosa («Ciò torna sempre contro di voi!...»), perché ogni movimento di ri volta contrasta l ’ azione di rifiuto delle motiva zioni che sottostanno all ’ «uscirne fuori». Allora «perché farsi venire la bile?», «si vince e si per de», «quando avrà finito di protestare, si cal merà», «meglio è non prestarvi attenzione», «meglio è lasciar dire: non ci devo pensare io»: ti rocinio all ’ indifferenza. Ci si rifiuta ormai a ogni nuovo tentativo di promozione sociale di cui i vantaggi previsti in caso di «riuscita» non sapreb bero compensare i rischi di un nuovo insuccesso: dover rimbastire «l ’ opera di rassegnazione». Si prende a bersaglio, al contrario, «la finta» delle promozioni sociali, coloro «che si danno delle arie» ma «non rompono il loro mondo» («Perché prendersela?»). Richiami all ’ ordine dei «preten ziosi» — «in cui si enuncia il principio di confor mismo (...) — che mirano a incoraggiare le scel

69 È questa, senza dubbio, una delle ragioni per le quali le ragazze, più «controllate», perché «più minacciate» (di prostituzione), sembrano, almeno dalla nostra inchiesta, più «inclini», che i ragazzi, ad «adattarsi alla neces

67 Art. cit. di M. PlALOUX, nota 2, p. 32. 68 La disciplina del salariato pesa allora su di loro senza il soccorso alla famiglia d ’ origine (ma anche, in questi casi, fuori dal controllo che essa esercita).

sità». 70 E, in particolare, quelle sociologi che.

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