Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

te «ragionevoli» in tutti i casi imposte dalle con dizioni obiettive; (e) rafforzano inoltre una mes sa in guardia contro l ’ ambizione di distinguersi identificandosi ad altri gruppi, ovvero un richia mo alla solidarietà di condizione» 71 («Non è per gente come noi»), Stimmatizzazione morale del la «pretenzione» e riconquista di una identità so ciale positiva, in una gerarchia morale della «semplicità». Si tratta di scappare — se non altro soggettiva mente — alle classificazioni negative legate alle posizioni subalterne della divisione del lavoro cioè, in altri termini, di occultare «il lato negati vo delle cose»; si tratta anche, all ’ incontro, di «prendere le cose per il lato giusto» e, particolar mente nel lavoro, di vedere «il lato buono delle cose» («è una questione di ambiente, di simpa tia»), soffermandosi soprattutto sugli elementi di comparazione che, nell ’ ambiente sociale del soggetto considerato, autorizzano una classifica zione positiva della posizione occupata. Compa razione fabbrica/ufficio: «questione d ’ ambien te; io preferisco la fabbrica», «la fatica fisica non mi secca, al contrario, io sono in questo modo convinto di aver fatto qualche cosa» ecc. Compa razione disoccupazione/lavoro: «Se non altro non passo i giorni senza far niente». Compara zione rischio/realtà: «Non è poi così terribile», «È duro, ma potrebbe essere peggio!...» ecc. Si tratta — quando è possibile — di tentare di inte ressarsi al proprio lavoro anche perché «non c ’ è niente di meglio da fare» e perché «piuttosto che essere là, basta che ci sia qualcosa», oppure, più spesso, perché, essendo le posizioni occupate nella divisione del lavoro le ultime nella gerar chia del potere e nella gerarchia delle professio ni, ci si deve rinunciare. Occorre allora impara re a non pensare, a lavorare «sotto anestesia», perché «ciò è già contrario al processo di produ zione», perché «non è possibile fare diversamen te»: otto ore da mettere tra parentesi, otto ore da cancellare sforzandosi di essere altrove. Dunque adattarsi all ’ ambiente, guadagnarsi «il proprio piccolo conforto», andare avanti, improvvisare quando occorre, fino a scoprire la concatenazio ne dei gesti e il fragile equilibrio che permettono di lavorare pur essendo altrove. Ma forse si tratta soprattutto, per chi ha un la voro stabile e lo mantiene, per chi pur potendo e sapendo si è adattato alle posizioni subalterne

della divisione del lavoro, di riconquistare un ’ identità sociale positiva nella gerarchia mora le del coraggio, corollario spesso di una gerarchia della «forza fisica come dimensione fondamenta le della virilità» 72 . Se essi oppongono «le virtù morali» della «semplicità» alle «pretese» di pro mozioni sociali, oppongono anche quelle del co raggio, della virilità, dell ’ onestà alla «fannullag gine», «madre di tutti i vizi», delle canaglie, dei buoni a nulla, dei mascalzoni, in breve dei gio vani «allergici al lavoro». Così lo stesso adatta mento alle classificazioni negative, legate alle posizioni subalterne della divisione del lavoro, è all ’ origine del reinserimento positivo nelle gerar chie morali dominanti delle classi popolari: sem plicità e coraggio. Si tratta infine di «approfittare con il bel tem po» «dei piaceri della vita». «L ’ adattamento alle necessità», è anche, indissociabilmente, l ’ ap prendistato al mestiere di utilizzare il tempo che resta: tempo di compensazione. Tempo fuori del lavoro in cui si tratta — oggettivamente — di ri produrre la propria forza-lavoro, ma si tratta an che — soggettivamente — di prendersi il senso del tempo del lavoro. Lavorare «per aiutare i ge nitori» ma soprattutto, prima del matrimonio, lavorare «per potersi divertire» («Il lavoro, non ha che uno scopo [...], poter uscire e divertirsi», «Quando lavoro aspetto il sabato, io l ’ aspetto! Se non altro, vivo per attendere qualche cosa! ...»). Arte di vivere dunque che unifica colui che «approfitta del bel tempo» e colui che «non vuo le aggravare le cose martellandosi la testa»: «è la vita», «c ’ è di peggio», «non serve a nulla com piangersi», bisogna «impegnarsi», e «non, non impegnarsi», «è sempre meglio prendere parti to». Essendo le cose come sono, è necessario im parare ad adattarsi, a «fare con», a «fare quello che si può con quello che si ha», evitando di pen sare troppo al domani. Essendo la vita quella che è, «ci sono alti e bassi», ma «i giorni passano e non sono tutti uguali», è necessario «prendere la vita come viene», e, per quanto è possibile, «dal lato giusto». Arte di vivere indissociabile da una visione fatalistica del mondo: «si tende a rappre sentarsi le costrizioni sociali come leggi di natu ra; ci sono fattori primari e universali nella vi ta» 73 . «E così, non ci si può far niente», e, soprat tutto, «c ’ è bisogno di tutto per fare il mondo», «ci saranno sempre i ricchi e i poveri», ecc... Si

71 Op. cit., nota 3, p. 443. 72 Op. cit., nota 3, p- 447. 73 Op. cit., nota 62, p. 137

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