Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

un credito di 61 milioni di franchi svizzeri per il potenziamento del teatro lirico, rifiutandosi in vece di sovvenzionare centri e iniziative alterna tive, si sarebbe sviluppata una reazione a catena di scontri ed affronti tali da generare una situa zione ancora lontana dall ’ essere «normalizza ta» 7 ? Ho tentato, assieme all ’ amico prof. Pietro Bellasi, dell ’ università di Bologna, di verbaliz zare lo choc provocato da quei fatti nella società elvetica in un contributo scritto per una pubbli cazione ticinese, dalla quale traggo la seguente ampia citazione. «I seimila soldatini di piombo chiusi nella grande bacheca-acquario, nella sala principale del Landesmuseum di Zurigo, continuano im perterriti a recitare la loro coloratissima battaglia di Morat, sotto gli occhi di centinaia di visitatori intenti a scrutare ogni espressione dei volti con i binocoli piazzati alle estremità del plastico. Stra na operazione, questa, in cui il visitatore riper corre in senso inverso l ’ operazione del museogra- fo, che era stata quella di miniaturizzare una realtà storica, per renderla comprensibile e, in qualche modo, controllabile e meno inquietan te. La lontananza nel tempo si è tradotta in rim- picciolimento di spazi e personaggi, in illusione ottica, in illusione scenografica alla quale ognu no di noi è invitato a partecipare con un raccor- ciamento del tempo trascorso, grazie alla finzio ne di un sistema di lenti. Cosicché, se vien fatto, dopo la perlustrazione del campo di battaglia, di alzare gli occhi alle grandi finestre gotiche della sala, si è impressionati dalle dimensioni delle fratture che hanno disegnato sulle vetrate delle enormi tele di ragno e che rinviano immediata mente ad un ’ altra battaglia che non abbisogna di binocoli per essere avvicinata all ’ esperienza storica contemporanea del nostro paese. Per chi si rechi in questi ultimi tempi a Zuri go, le tracce della rivolta giovanile e dello scon tro con la città e con le sue istituzioni sono certa mente impressionanti. Passando soprattutto per la Bahnhofstrasse e per le vie adiacenti, si ha la sensazione di vagare in una chiesa dissacrata. Ma c ’ è di più, perché ogni vetro, ogni grande cristal lo presenta in termini elementari la drammati cità di quei fenomeni, ne è come la scrittura. Per indicare la zona di schegge più pericolose e per fermare al tempo stesso provvisoriamente la ca duta di lamine di cristallo, attorno all ’ affossa 7 Per una cronologia del movimento di Zurigo e per una esposizione delle sue ’ rivendicazioni cfr., ad es., il già ricor dato Die Zurcher Unruhe 2.

mento provocato dalle pietre scagliate, è stata in collata una sorta di cornicina di legno o cartone. Al di là della mera funzione pratica di questa medicazione, niente poteva sintetizzare in modo più esplicito l ’ essenza del dramma sociale rap presentato: il quadro istituzionale si sforza di de limitare e di circoscrivere i guasti, le ferite, gli sfregi che uno strano mostro, insospettato e sco nosciuto, ha infetto alla superficie traslucida e luminosa del suo palcoscenico di vetrine. Ma ol tre il piccolo quadratino precariamente incolla to, le sghezzature si irraggiano indefinitamente e sui muri si articolano in scrittura: frasi di rab bia e di scherno, cariche di cinismo e di opaca di sperazione. Una realtà che avevano imparato a considerare lontana, addirittura ormai per noi scongiurata, una realtà della quale avevamo visto le solite immagini solo su giornali e teleschermi si è improvvisamente avvicinata alla nostra vita quotidiana e ne è divenuta parte integrante, an che se scomoda ed angosciosa. Scomoda ed an gosciosa soprattutto perché, come grande pub blico, siamo certamente più colpiti da una vio lenza che si esteriorizza, che si proietta sullo sce nario risplendente delle nostre città, contro gli idoli ed i totem del nostro benessere, che da altre forme di violenza che si consumano all ’ interno dei singoli individui e comportano tutte quelle forme di suicidio di cui soprattutto gli adole scenti, anche nel nostro paese, sono così spesso vittime ignorate o tutt ’ al più degne di tre righe di cronaca. Il «malessere giovanile», sintomo primo del «malessere della civiltà», lo si era il più delle vol te attribuito (badiamo bene anche da parte degli scienziati sociali) a società in sviluppo economico caotico, in transizione tecnologica e culturale travagliata, società cariche di irrisolte contraddi zioni e di aggrovigliate situazioni politiche. Ecco invece Zurigo; ma, insieme a Zurigo, Basilea, Berna, Losanna e poi ancora Berlino e Francofor te e, sia pure con elementi anche estremamente differenziati, Londra, Liverpool, Sheffield. Co me in un fenomeno geologico, una crosta istitu zionale, per varie ragioni sottile, fragile, incom pleta e discontinua, in contesti diversi dal no stro, aveva permesso che il vulcanismo contesta tivo, creativo ed innovativo, proprio delle classi di età giovanile, esplodesse ed eruttasse alla su perfìcie del terreno sociale. Ma da noi, come in

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