Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

strato, e che Codignola recava con sé attraverso mezza Italia, moltiplicò le forze dei compagni, alimentò il loro orgoglio, rafforzò la stima di tut ta la sinistra nei nostri confronti. L ’ importante era portar via voti al PSDI e, se possibile, agli al tri partiti apparentati. Era come se avessimo il presentimento di quello che sarebbe poi stato il risultato elettorale: il presentimento, cioè, dell ’ incidenza determinante dei nostri voti. E la posta in gioco era alta, perché l ’ accordo del 15 novembre 1952 tra DC, PSDI, PRI e PLI recepi va e rinviava al Parlamento gravissime proposte di leggi limitataci di fondamentali libertà, come la libertà di stampa e la libertà di sciopero. Sem brava di essere tornati al 1898-1899- E oggi un crudele destino si è portato via, a pochi giorni di distanza l ’ uno dall ’ altro, i due principali artefici del contributo di Unità Popolare alla sconfitta della legge-truffa: Ferruccio Parri, leader dell ’ ala democratico-repubblicana, e Tristano Codigno la, capo della componente socialista. Fu una battaglia esaltante, nella quale mi get tai con entusiasmo, dando inizio ad una parteci pazione alla vita politica che da allora non è più venuta meno. Ma la spinta decisiva mi venne da Codignola, dal suo modo di ragionare simile al mio, dalla totale coincidenza della sua posizione politica con i miei convincimenti di «bevaniano» smarrito e solitario nella strana Italia di allora: in una parola, essa mi venne dal suo discorso ferra rese del 16 marzo 1953, culminato nell ’ esorta zione ai giovani a mobilitarsi contro la sclerotiz- zazione dei partiti e il loro degenerare in caste chiuse senza democrazia interna, «senza possibi lità di azione per i fautori del rinnovamento mo rale e politico contro le clientele, il paternali smo, la burocratizzazione». Chi scrive scese allora in campo contro la DC e i suoi alleati (tra i quali, occorre non dimenticar lo, papa Pio XII, il clero, l ’ Azione Cattolica e i Comitati Civici), e tenne decine di comizi per Unità Popolare, cercò invano il contraddittorio con lo sfuggente Luigi Preti, affisse manifesti, distribuì volantini, affrontò dibattiti e discussio ni a non finire, in stretto contatto telefonico ed epistolare con Codignola. Fu Codignola a man darmi a Forlì, a Rovigo, a Rimini, a Mirandola. Trovai una grande, indimenticabile partecipa zione popolare allo scontro politico, anche perché non esisteva ancora la televisione, e nes suno poteva ricevere comodamente in casa pro pria il volto e la voce degli uomini politici. Un solo, grande e doloroso motivo di ramma rico, ricavato fin dal settembre 1952 dalla irritata lettura dei suoi articoli sul «Mondo», mi accom pagnò durante tutta la campagna elettorale: Sal vemini era contro. Sì, Gaetano Salvemini, che era stato uno dei principali ispiratori della tradi zione liberalsocialista e giellista da cui veniva Codignola; Gaetano Salvemini, che pure fu uno dei primi collaboratori di «Nuova Repubblica», era contro di noi, e in buona sostanza non re spingeva la legge-truffa: di qui il carteggio tra lo scrivente e il grande storico pugliese, costituito dai documenti da me affidati all ’ appendice di queste note. Non credo che ci sia bisogno di molte parole per rendere intelligibili le lettere in tale appen dice riportate. I testi stessi sono abbastanza eloquenti. Non lo sono soltanto quelli di Salvemini, che era sem pre stato, com ’ è noto, un polemista abilissimo e lucidamente persuasivo, bensì anche — mi pare — quelli, benché stilisticamente acerbi e conci tati, del sottoscritto. Il sottoscritto era allora un laureando alle prese con il suo primo cimento elettorale politico, alla ricerca del partito al qua le dare il voto, non ancora assolutamente inten zionato a «far politica», e in questo suo travaglio in nulla confortato o aiutato dagli studi universi tari condotti presso la Facoltà di Lettere moderne dell ’ università di Bologna, del tutto al di fuori dei quali aveva scoperto Salvemini ed imparato ad amarne la lezione morale, ricavandone una sintonia che non è mai venuta meno e non ha mai sofferto del timore di essere irrisa come astratto moralismo (ma, anzi, ha, in tempi rela tivamente recenti, goduto della piena consonan za con Giorgio Amendola, su questo e su altri punti). Anche se Salvemini, nel contrasto con Codi gnola e successivamente con Unità Popolare, si intestardì sulla questione della legge-truffa, va precisato che al di là di essa (e c ’ è già, all ’ inizio della lettera salveminiana del 3 ottobre 1952, una prima correzione di tiro, poi non più ripresa e sviluppata come pareva nelle intenzioni del suo autore), la materia di fondo del contendere era già allora la «questione comunista», ossia il problema dell ’ atteggiamento da tenere nei con fronti del PCI e della sua presenza ed azione rea le nella vita economica, sociale e politica del no stro paese. Al centro dello scontro stava infatti l ’ individuazione del maggiore pericolo che in quella situazione potevano correre le ancora fra gili istituzioni democratiche italiane. Su questo punto assai diversa si rivelò la posizione di Tri stano Codignola, il quale, pur respingendo co me tutti noi lo stalinismo e il filosovietismo del partito di Togliatti, considerava tuttavia il PCI come assai meno pericoloso della DC, e non di sdegnò la capillare e sistematica valorizzazione

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