Problemi della transizione 1982

Tristano Codignola

di Unità Popolare da parte dei comunisti e la lo ro periferica azione di sostegno nei nostri con fronti (quanti microfoni e quanti palchi oratori trovammo già pronti!). Gli è che gli Stati Uniti avevano restituito all ’ Italia, dopo avergli concesso insegnamento universitario e cittadinanza, un Salvemini forte mente anticomunista, per il quale il pericolo di gran lunga maggiore, per quel «dieci per cento» di vita democratica che c ’ era in Italia, era rappre sentato dal PCI. Lo storico pugliese ammirava l ’ abnegazione dei giovani attivisti comunisti, ma sembrava a me che non si rendesse conto del va lore democratico della lotta che i comunisti ita liani conducevano, alla testa delle masse popola ri, o nei grandi scioperi operai e bracciantili della valle padana, contro la restaurazione capitalisti ca, ed anche contro il clericalismo scomunicante che allora la sosteneva. Egli non credeva nella lo gica dèlia «svolta di Salerno» e nella, sia pur con traddittoria, vocazione democratica del «partito nuovo». Delle due «anime» del PCI di allora, egli considerava «effettuale» solo quella stalini sta. Gli ultimi anni della sua vita coincisero so stanzialmente con il periodo della guerra fredda (che giova rivedere oggi nell ’ ottica illuminante e scientificamente rigorosa di Joyce e Gabriel Kol- ko, I limiti della potenza americana. Gli Stati Uniti nel mondo dal 1945 al 1954, trad. it. , Ei naudi, Torino 1975) e con una fase di duro scon tro politico in Italia. Nella contraddizione della prassi comunista italiana tra adesione alla Costi tuzione repubblicana e solidarietà con l ’ URSS e i regimi ad essa soggetti, Salvemini vedeva una doppiezza dominata irrimediabilmente dal se condo dei due elementi. Emblematico di questa posizione era il suo te ner sempre presenti i fatti cecoslovacchi del 1948 (suicidio di Masaryk, fine della democrazia par lamentare ceca). Secondo lui l ’ accesso dei comu nisti italiani al potere avrebbe trasformato l ’ Ita lia in una seconda Cecoslovacchia: Mentre sotto l ’ attuale regime io posso ancora respi rare, in Czecoslovacchia, sotto la dittatura stalinista, sarei da un pezzo andato a rivedere i nonni. Ecco perché mi preoccupo del più «pessimo» pericolo co munista di domani più che del meno «pessimo» peri colo clerico-fascista di domani. Qui veramente al grande studioso di storia sfuggiva, a mio avviso, il senso più profondo del la realtà internazionale (l ’ immodificabilità della divisione del mondo in sfere d ’ influenza) e in terna (un gruppo dirigente comunista che già fin dal 1944 si era dimostrato perfettamente co sciente della suddetta realtà internazionale) del

tempo. Che si trattasse di un punto debole dell ’ argomentazione salveminiana è, mi pare, confermato dal fatto che, attaccato da me su questa questione, l ’ abilissimo polemista, nel re spingere la mia obiezione, si vedesse costretto ad attribuirmi l ’ opinione, da me invece combattu ta, che il PCI mettesse in pericolo la democrazia in Italia: Lei ha il dovere morale — gli avevo scritto — di spiegarmi come i comunisti, ammesso che le elezioni del ’ 53 si facciano col criterio della proporzionale pu ra, potrebbero andare al potere in Italia. Lei ha citato l ’ esempio della Cecoslovacchia. Le pare che possa reg gere? O non saranno mica divenute cominformiste le forze militari che ci circondano in Austria, in Jugosla via, sui mari, e anche quelle che abbiamo in casa? La guerra chi ha portato in Italia, russi o americani? Le par poco tutto ciò? II discorso era chiaro. I comunisti italiani non rappresentavano più una minaccia per la demo crazia, e non intendevano affatto andare al pote re attraverso la (fallita) via greca o quella cecoslo vacca, semplicemente impossibile. Non c ’ era quindi alcun bisogno di difendere la democrazia contro i comunisti italiani, i quali comprendeva no benissimo che il contesto nel quale operavano (italiano ed occidentale) non aveva nulla in co mune con la realtà nella quale si era mosso Gott- wald nel febbraio 1948. Essi, anzi, potevano es sere «adoperati» per l ’ attuazione delle riforme («quelle riforme — scrissi — economiche e socia li che potremo elaborare anche con l ’ aiuto dei comunisti»). Ma ecco come rispose Salvemini, provocando una mia irritata contro risposta: Non dovrei, dunque, preoccuparmi della Czecoslo vacchia, perché le forze militari, da cui l ’ Italia è cir condata — e quelle che stanno in casa — , non sono a servizio della Russia, e perciò i comunisti non osereb bero muoversi. Bisogna, dunque, fare assegnamento, nel difendere la democrazia italiana, sugli eserciti in glese e americano che stanno in Austria, su quello di Tito, che sta alle porte di Trieste, e sulle flotte inglese e americana che stanno nel Mediterraneo [... ] Rima niamo fedeli alla proporzionale pura, e se la baracca non si tiene su, ci penseranno lo stato maggiore ameri cano e Pacciardi a tenerla su. Come si fa a discutere un argomento di questo genere? Non ci fu nulla da fare. Precisai che a mio av viso non c ’ era da temere da parte comunista «nessun tentativo rivoluzionario» di tipo cecoslo vacco, e che credevo nella fedeltà dei comunisti italiani alla Costituzione repubblicana. Salvemi ni continuò ad accusarmi di fare assegnamento sull ’ intervento americano, e di rinunciare in tal

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