Problemi della transizione 1982

Tristano Codignola

per condurci lontano dalla nostra prospettiva so cialista, Codignola ed io avemmo la stessa rea zione. Di fronte a un partito comunista che ap pariva come chiuso e bloccato nella sua non su perata contraddizione, era doveroso, nell ’ inte resse dello sviluppo democratico delle istituzioni e del paese, offrire alla classe operaia uno stru mento più valido (più occidentale!) di emanci pazione e di affermazione, lavorando per un ’ al ternativa socialista capace di utilizzare, egemo nizzandolo, il pur sempre indispensabile contri buto comunista alla creazione di una società so cialista in Italia. La piena consonanza di vedute tra Codignola e me dinanzi alle avances radicali del dicembre 1955 fu all ’ origine del mio articolo Una piccola casa libera al quale egli concesse l ’ onore di uscire come editoriale del nostro settimanale («Nuova Repubblica», 15 gennaio 1956), e che fu a sua volta all ’ origine della ripresa del mio dialogo con Salvemini. Al mio articolo replicò, infatti, con una lettera aperta al sottoscritto pubblicata da «Nuova Re pubblica» il 5 febbraio 1956, il compagno tori nese Ettore Sisto, proponendo che ci si dovesse chiamare «tutti insieme» laburisti, ed auspican do una maggiore apertura di Unità Popolare ver so i radicali per impedire che essi venissero con quistati a una linea centrista. Il 19 febbraio suc cessivo «Nuova Repubblica» pubblicò la mia ri sposta a Sisto, in cui affermavo: 1) Credo che noi non solo possiamo, ma dobbiamo chiamarci laburisti quando ci rivolgiamo a chi conosce il significato della parola. Ma quando affrontiamo un elettorato generico, non qualificato e spesso sprovve duto, è preferibile parlare di socialismo (naturalmente democratico, «salveminiano»), piuttosto che sistemati camente di laburismo, il che ci obbligherebbe a lun ghe e fastidiose parentesi e ci esporrebbe al rischio di non essere capiti (...). 2) Propongo fin d'ora il maggior numero possibile di liste comuni coi radicali per le prossime ammini strative (cosa che oggi ancora non farei se si trattasse di elezioni politiche). Dovrà risultare chiaro che dove non si arriverà a questo accordo, ciò sarà accaduto o per inesistenza dei radicali o per colpa non nostra. Ag giungo che non considero nostra la responsabilità del mancato accordo in quelle situazioni locali in cui i no stri compagni abbiano ritenuto opportuna l ’ alleanza col PSI, e i radicali l ’ abbiano, per ragioni loro, rifiuta ta. A questo punto saltò fuori Salvemini, che evi dentemente stava seguendo con attenzione il di battito in corso su «Nuova Repubblica», e conti nuava a tener d ’ occhio questi suoi figliuoli indi sciplinati e testardi. A chiamarlo in causa fu non

ni, ex liberali, cattolici di profonda ispirazione liberale come Jemolo o, come nel caso mio, gio vani che non avevano alle spalle nessuna espe rienza politica. Il movimento di Unità Popolare, che raccoglieva tutte queste forze, e nel quale ri viveva molto dello spirito dello scomparso Parti to d ’ azione, non si sciolse dopo le elezioni del 7 giugno. Nel periodo postelettorale divenne anzi operante l ’ accordo del 26 marzo 1953 tra i grup pi di Autonomia socialista, Rinascita repubblica na e Giustizia e Libertà, che aveva dato vita a un Comitato centrale del movimento. Il 18 giugno 1953, appunto, il Comitato centrale di Unità Popolare elesse un organo esecutivo al quale fu dato il nome di Giunta nazionale provvisoria. Ma il tentativo di amalgamare la componente so cialista e quella democratico-repubblicana di Unità Popolare non riuscì. Si ripeteva, sia pure in una situazione completamente diversa, quan to era accaduto alcuni anni prima nel Partito d ’ azione. Via via che si palesava nel PSI la vo lontà di contendere al PCI (un PCI ancora forte mente condizionato dal vincolo di solidarietà con il PCUS) l ’ egemonia sul movimento operaio italiano, i socialisti di Unità Popolare si sentiva no sempre più fortemente allettati dalla prospet tiva della fusione con il PSI e della creazione di una grande forza socialista. Un inciampo su que sta strada parve ad essi, alla fine del 1955, la co stituzione del Partito radicale (avvenuta in segui to alla scissione di un Partito liberale ormai con- findustrializzato da Malagodi), con la conse guente richiesta radicale di una sorta di fronte laico comune. Nel dibattito con la componente democratica Tristano Codignola, fin dai tempi del Partito d ’ Azione, si era sempre pronunciato in senso so cialista. In Unità Popolare, perciò, io mantenni con lui rapporti di stretta e personale collaborazione, in terrotti soltanto dai diciotto mesi del mio servi zio militare (con lettura clandestina di «Nuova Repubblica»), cui fu sottesa sempre una perfetta identità di vedute. Volevamo superare il più pre sto possibile l ’ esperienza, pur necessaria, del pic colo movimento aristocratico e «diluirci» in una struttura che ci mettesse a diretto contatto con la classe operaia e con le grandi masse popolari. Guardavamo perciò al PSI e spiavamo con ansia ogni più piccola manifestazione di autonomia di quel partito, confidando particolarmente nella indiscussa statura umana, morale e politica di Pietro Nenni, ignari di quelli che sarebbero poi stati gli orientamenti dei suoi giovani scudieri (Cattani, Craxi, Servadei, Mariotti ecc.). Quando vedemmo i radicali tenderci la mano

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