Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

solo il mio incauto accenno al socialismo «salve - miniano» — accenno che costituì soltanto lo spunto occasionale del suo intervento — ma an che il ricordo della discussione del 1952 e il suo compiacimento nel constatare che questa volta si era d ’ accordo nel giudicare i tempi come ormai maturi per la creazione di una grande forza so cialista, indipendente sia dall ’ egemonia comu nista sia da quella democristiana e capace di av viare una profonda trasformazione democratica del paese. In lui non c ’ era il possibilismo mio e di buona parte di Unità Popolare verso il PSI, ma ci era comune il desiderio di liberare la tra sformazione democratica e socialista dell ’ Italia dall ’ ostacolo rappresentato dal clerico-conser- vatorismo cui soggiaceva la DC (c ’ era ancora Pio XII) e dai limiti, che ci parevano invalicabili, del condizionamento internazionale che ancora gra vava sul PCI. Si può anche sorridere oggi, armati del senno di poi, di quelle speranze. Nondime no si deve riconoscere che nel 1956, con il XX Congresso del PCUS e con le crisi polacca ed un gherese, si determinò una situazione che offriva al socialismo italiano, e segnatamente al PSI, la grande, forse l ’ ultima, occasione storica di assu mere la guida del movimento operaio italiano e di ridurre il PCI ad un ruolo subalterno. Che poi quell ’ occasione sia stata sprecata ed avvilita nella miserabile pratica del centro-sinistra e che i ruoli dei due partiti della classe operaia italiana siano andati sempre più invertendosi è un altro discor so, che esorbita della problematica sottesa ai car teggi qui presentati. Ma ecco la lettera salveminiana, apparsa il 4 marzo 1956 in «Nuova Repubblica»: hai 6666 ragioni quando ti rifiuti di chiamarti labu rista anziché socialista. Bisognerebbe mettersi allora a definire o discutere il significato della parola laburi smo. La parola socialismo ha ormai un secolo e mezzo di storia, e indica una direttiva di marcia: la ricerca di giustizia sociale associata alla libertà politica. Perché rinunziare a una tradizione da lungo tempo indicata con quella parola? Capisco che è necessario distinguersi dai socialisti- compagni-di-strada-dei-comunisti. Ma per distinguer si (non dividersi in modo irrevocabile) c ’ è la parola «ri formisti»; e se questa parola è discreditata da mezzo secolo di errori, si può sostituirle la parola «graduali sti». Ma mi dici dove hai scovato il socialismo «salvemi- niano»? Ci mancherebbe altro! Bisognerebbe allora mettersi a definire anche il significato di questo neolo gismo, che non riescirebbe più chiaro che quello del socialismo laburista. Meno novità ci sono nei nomi, e SORRENTO, 22 febbraio 1956 Caro Roveri,

meglio è, a parte il fatto che in questo caso la novità sarebbe anche ridicola. Hai 6666 ragioni anche nel desiderare il maggior numero di liste comuni coi radicali per le prossime elezioni amministrative. Io direi: non solo coi radicali ma con qualunque gruppo intenda farla finita con l ’ asservimento dei partiti cosiddetti «laici» alla demo crazia cristiana. E aggiungerei: partecipazione alle ele zioni amministrative senza nessuna illusione e nessu na promessa di vittoria, e quindi senza nessuno di quei patteggiamenti equivoci che sono consigliati dal le illusioni e promesse di vittoria. La partecipazione alla prova elettorale dovrebbe avere un solo scopo: il censimento di quanti in Italia non vogliono sapere né di democrazia cristiana e com pagni di viaggio, né di comunisti e compagni di viag gio. Quando sia stato fatto in Italia il censimento delle forze disponibili dai gruppi che intendono marciare per la terza via, allora si discuterà sulla base di quel censimento. Beninteso che, se qualche candidato sarà eletto, non ci sarà da mettersi le mani nei capelli; ma la elezione deve essere un risultato e non lo scopo del la prova. Coi migliori saluti aff.mo Gaetano Salvemini. Salvemini si spense il 6 settembre 1957, alla vigilia della confluenza nel PSI della grande maggioranza di Unità Popolare, che ebbe luogo ai primi del 1958, e potè considerarsi completata nel febbraio di quell ’ anno. Si trattò, come si ve de, di un ’ operazione tutt ’ altro che affrettata, che Tristano Codignola condusse non già in ter mini di sistemazione corporativa dei quadri UP nel partito socialista, bensì nei modi e nelle for me richiesti da un ’ esigenza di chiarezza che nemmeno dal Congresso socialista di Venezia era stata appieno soddisfatta. L ’ esperienza delle successive lotte politiche all ’ interno di un PSI logorato e lacerato da con flitti intestini determinò a lungo andare orienta menti diversi in lui e in me (che infatti parteci pai alla scissione del gennaio 1964), ma, come dimostra anche la pubblicazione, da parte della Nuova Italia, di alcune mie opere, non produsse mai alcun attrito personale né intaccò mai l ’ ami cizia che era sorta e si era consolidata tra noi. La maggiore divergenza tra me e lui è consistita, in buona sostanza, nel mio abbandono della fidu cia nel sistema partitico delle correnti, che in tut ti i partiti che l ’ hanno praticato ha generato for me di corruzione e di cannibalismo politico. Quando però la spietata logica del sistema delle correnti ha partorito contro di lui epiteti volgar mente ed incredibilmente ingiuriosi, non ho esi tato ad esprimergli la mia solidarietà e a porger gli il mio augurio. Egli mi ha risposto in questi termini (è la sua ultima lettera, datata Firenze 11 ottobre 1981):

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