Problemi della transizione 1983
N eocorporativismo
tura, ma anche dalle azioni intenzionali degli attori — creò un notevole di sinteresse rispetto ai meccanismi di interrelazione tra le classi e lo stato. Que sto tipo di approccio marxista rende infatti superflua qualunque definizione delle modalità di organizzazione e delle domande di sindacati ed associazio ni padronali, ritenendole solo una manifestazione di «falsa coscienza» e di interessi di breve termine. Molto più forte delle domande immediate formu late da classi e gruppi particolari sarebbe invece in questa ottica il cosiddetto «principio riproduttivo», base del funzionamento del sistema. In poche pa role, mentre la marea di critiche «borghesi» al pluralismo non aveva trovato uno sbocco alternativo, le critiche marxiste al capitalismo non erano riuscite ad elaborare un approccio ragionevole e premeditato al capitalismo «tardo» o «avanzato». Per quel che mi riguarda, non avevo affatto compreso che il corporativi smo sarebbe diventato negli anni ’ 70 la «industria culturale in sviluppo» nel settore delle scienze sociali. Ho scritto quell ’ articolo spinto da due ragioni principali. Innanzitutto, avendo in precedenza lavorato su Brasile ed Argen tina e più in generale sull ’ America Latina, mi resi conto che non potevo non dedicare la mia attenzione a quel museo politico chiamato «Portogallo». Qui infatti era possibile vedere la realizzazione ultima del più ambizioso sistema di corporativismo statalista, a fronte del quale i regimi latino-americani ap parivano versioni di second ’ ordine. Andare in Portogallo significava quindi per me un ’ occasione unica per rivisitare in situ gli anni ’ 30 e Mussolini, poiché a quel tempo il regime franchista era già stato abbastanza trasformato da fenomeni quali le «Commissiones Obreras». D ’ altra parte, devo sottoli neare come mi fossi dedicato al Portogallo unicamente per ragioni intellet tuali, e non nell ’ ambito di un più generale interesse per l ’ Europa. La mia attenzione si era infatti focalizzata sul corporativismo statale come parte di una più generale preoccupazione intellettuale nei confronti dei regi mi autoritari come fascismo e nazismo: sono in effetti uno di quegli studiosi perversi che si interessano dei sistemi che non amano, in parte per esorcizzar ne la paura ed in parte per la spiacevole sensazione che siano destinati a di ventare più comuni. L ’ interesse per il corporativismo cominciò ad intrecciarsi a temi più speci ficamente europei in maniera alquanto curiosa. Avevo accettato di scrivere un articolo per un numero speciale della «Review of Politics» dedicato all ’ America Latina, spinto da un deciso intento polemico nei confronti di tutta quella letteratura che — commentando il mio lavoro precedente — aveva sottolineato l ’ importanza della cultura politica, ed in particolare dello «spirito popolare iberico» Zeitgeist, come causa della diffusione del corpora tivismo statalista in America Latina. A mio parere, invece, quel tipo di cor porativismo era un elemento che, lungi dall ’ essere radicato nei valori fonda mentali di una società, in realtà vi si opponeva, costituendosi come politica esplicita di classi particolari tese a controllare le relazioni sociali attraverso Io stato. Volevo così dimostrare che il corporativismo non era affatto qualcosa di esclusivo all ’ area di cultura iberica — e che anzi i latino americani pratica vano il neocorporativismo in maniera piuttosto grezza e «inconsapevole» da un punto di vista culturale. In questi termini, infatti, esisteva una tradizione europea molto più spiccata, che, nata nel Medioevo, era stata ravvivata dai cattolici per essere poi raccolta da teorie organiche di vario tipo. La ricostru zione di questi processi a livello ideologico-culturale mi spinse verso tutta la letteratura sul corporativismo, da quella cattolica della Rerum Novarum e
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