Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
della Quadragesimo Anno, ai socialisti corporativi più o meno «rinnegati» come Heinrik De Man, ad alcuni aspetti di Durkheim, fino ad arrivare agli ambienti di solidarismo corporativo della tradizione sociologica francese. Mi trovavo allora in Svizzera, paese che avevo scelto per una fellowship della Guggenheim proprio perché, non volevo essere indotto nella tentazione di studiare il paese dove lavoravo, e ritenevo questo uno dei luoghi per me me no interessanti. Invece, e paradossalmente, finii per ritrovare il corporativi smo nel bel mezzo di uno dei sistemi politici più liberali di tutta l ’ Europa occidentale. Cominciai a collezionare ritagli di giornale che si occupavano di quelli che in seguito io e altri studiosi definimmo «governi privati» — sorta di intermediari che non si limitavano a farsi portavoce degli interessi dei pro pri membri (fossero questi capitalisti, piccolo borghesi o lavoratori), ma ne costituivano le opinioni e ne dirigevano il comportàmento — elemento que sto fondamentale, insieme al problema della rappresentazione, dei sistemi corporativi. Di qui sviluppai l ’ idea che, concetti e pratiche corporativi veni vano ora messi in pratica nella società europea in maniera non dissimile da quanto era stato tentato senza successo dal punto di vista ideologico già dal 1870 e negli anni tra le due guerre. Elaborai così l ’ idea di corporativismo so cietario, inteso come quel tipo di corporativismo che nasce da scelte volonta rie degli attori collettivi, siano essi operai, o in minor misura agricoltori, ca pitalisti o piccolo borghesi. Questi interessi, organizzati all ’ interno della struttura di classe o settoriale o professionale della società davano vita spon taneamente ad un sistema che appariva molto simile a quello che lo stato aveva imposto ai diversi gruppi nell ’ Italia mussoliniana, nella Spagna fran chista o in America Latina. Si giungeva così a strutture relativament simili in un contesto di relazioni di potere e di regole del gioco molto diverse. D. Mi sembra molto significativo che proprio la focalizzazione dagli studi latino-americani a quelli europei ti abbia indotto a sviluppare le nozioni di corporativismo statalista e di corporativismo societario. Per quanto riguarda il fascismo italiano si è spesso parlato del corporativismo come una sorta di facciata, in quanto lo scambio che si verificava al suo interno era sostanzial mente «vuoto». Questo spostamento dell'attenzione dall'America latina all'Europa indica forse che la nozione di «corporativismo societario» si è rive lata più centrale e sostanziale di quella di «corporativismo statalista» per lo studio del fenomeno corporativo? Ciò sembrerebbe confermato dal fatto che molti attacchi al concetto in generale sono stati condotti proprio sul terreno del parallelismo tra l'America Latina e l'Europa. R. Il problema della rilevanza relativa delle due accezioni di corporativi smo può essere probabilmente chiarito sottolineando i punti centrali emersi dai miei studi sul corporativismo statalista. In questo contesto, il corporativi smo riveste importanza non tanto in termini positivi — rispetto per esempio ai suoi risultati o alla sua natura paternalistica o repressiva — quanto in ter mini negativi — ciò che esso non ha fatto o che ha impedito di realizzare. Bi sogna cioè pensare in modo dialettico all ’ influenza esercitata da questo feno meno sulla interrelazione tra le classi e tra queste e lo stato, sulla mobilita zione di classe, sulle alleanze politiche e sui partiti; e bisogna anche riflettere
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