Problemi della transizione 1983

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

li su basi universalistiche), ma anche perché il quadro dei bisogni sociali è ra dicalmente mutato. E ciò non solo e non tanto nel senso che i bisogni si siano spostati o trasformati quanto all ’ oggetto, ma soprattutto nel senso che una parte sempre più rilevante dei bisogni quotidiani chiede di essere soddisfatta in un «altro modo», un modo più autenticamente umano. E importante sottolineare il fatto che le sfide al W.S., in termini di biso gni, provengono tanto dal modo di operare delle sue proprie strutture inte rattive che dal suo ambiente (esterno e interno). Le prime sfide sono princi palmente connesse agli effetti moltiplicatori delle aspettative in tutti gli am biti di vita e ai vari processi di «iatrogenesi sociale» (intesa in senso ampio co me ricaduta di effetti perversi). Le sfide di secondo tipo provengono dai li miti di socializzazione della natura esterna (mondo fisico) e della natura in terna (il complesso bio-psichico-spirituale dell ’ uomo in quanto unità di cor po e di soggettività). La diversa sorgente delle sfide deve essere analizzata e considerata a fondo nel momento di predisporre interventi operativi. Non si devono confondere, inoltre, vecchi bisogni rimasti insoddisfatti o frustrati con i nuovi bisogni. Certo gli uni e gli altri concorrono a mettere in crisi il W.S., ma la loro dinamica e i modi in cui chiedono di essere soddi sfatti rimandano a quadri concettuali, a pratiche sociali, a risposte diverse. In generale, però, anche i vecchi bisogni vengono ridefiniti da quelli nuovi, perché è un nuovo stile di vita complessivo che emerge, anche se stratificato. Sicché, più ancora che di «bisogni nuovi», sarebbe opportuno parlare di una nuova sensibilità per i bisogni quotidiani della gente comune. Quali sono i nuovi bisogni e qual è la nuova sensibilità sui bisogni quoti diani? a) Vi è innanzitutto l ’ esigenza di eliminare le vecchie e nuove marginalità economiche, sociali, umane, le antiche e nuove povertà, di cui l ’ aspetto ma teriale non rappresenta che una dimensione. Marginalità significa qui, in senso passivo, l ’ essere messo da parte, Tesser reso inutile, isolato, privato di quelle risorse materiali e soprattutto umane-relazionali che sono essenziali per condurre un ’ esistenza dignitosa, libera, con pienezza di senso. Non si tratta, dunque, soltanto di ritornare sul problema tradizionale delle povertà materiali (dovute a mancanza di lavoro, della casa, della salute fisica e/o mentale, e così via), per quanto ciò sia sempre di estrema attualità, quanto piuttosto di attaccare alla radice i nuovi processi di marginalizzazione che producono tali situazioni come effetti di una «crescita» disordinata, carente di valori morali, fìtta di piccoli e grandi sfruttamenti in tutte le relazioni so ciali, i quali provengono non solo da certi cambiamenti macrostrutturali (co me l ’ industrializzazione, l ’ urbanizzazione, la radicalizzazione dell ’ agire capi talistico, ecc.), ma anche dalle micro-relazioni del quotidiano, laddove viene meno l ’ integrazione sociale a livello delle solidarietà «corte» o primarie. b) Vi è poi l ’ esigenza di un ambiente sano, che non significa soltanto pu lito e verde dal punto di vista ecologico, ma soprattutto immune da effetti di iatrogenesi lato sensu, quindi vivibile, esperibile, fruibile nelle relazioni so ciali senza il rischio di incorrere in qualsiasi genere di malattie, fìsiche innan zitutto ma poi anche psichiche e sociali, specie per i soggetti più deboli (bambini, anziani) o già in qualche modo gravati da un handicap o da profi li a rischio. c) Vi è ancora, sempre più diffuso, il bisogno di servizi personalizzati, cioè aderenti alla particolarità contestuata della domanda (e dunque non privatizzati o riprivatizzati come qualcuno ancora intende o teme).

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