Problemi della transizione 1983

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

le. Occorre che gli stessi destinatari del servizio volontario non siano sempre e solo le quote più emarginate, e deboli, di popolazione, le «frange morte» del sistema sociale, ma tutti quei momenti, quei soggetti e quei bisogni che si presentano sulla scena sociale come esterni, per ragioni oggettive o sogget tive, alla sfera di azione della infrastruttura universalistica garantita dal W.S. tradizionale e che rischiano di trovarsi gettati nel puro mercato, là dove, per la loro debolezza oppure per l ’ iniquità e il carattere mercificante dei mecca nismi di profitto, si vedrebbero ulteriormente emarginati e alienati. È questa una soluzione che potremmo chiamare «statutaria», nel senso che prevede istituzionalmente («statutariamente») il volontariato come sfera di azione collettiva, intermedia fra stato e mercato, con legittima e piena li bertà di azione, quindi con autonomia nella individuazione dei bisogni e nel soddisfacimento degli stessi, entro un quadro normativo di reciprocità con lo stato sociale, cioè con precise garanzie di tipo universalistico da un lato e dall ’ altro. Si tratta comunque, è bene ribadirlo, di una soluzione non facile che ri chiede molti sforzi, e in particolare necessita che vengano soddisfatti due pre-requisiti. Dal lato dell ’ ente pubblico occorre che si eviti di imporre — anche non intenzionalmente — una dinamica di conformismo, rigidità e burocratizzazione del fenomeno volontario, sotto il pretesto di esigenze di «coordinamento» e «programmazione», secondo i meccanismi già considerati e del resto ben noti a chi opera in questo campo. Dal lato delle agenzie sta tutarie di volontariato il nodo cruciale, a mio avviso, consiste nell ’ esigenza di sviluppare un sistema di rendiconto (quella che gli inglesi, sapientemente, chiamano accountability) che sia democratico nelle procedure interne e tra sparente per gli organi pubblici di controllo. Io non sono d ’ accordo con chi, come ad esempio N. Johnson, sostiene che il sistema di rendiconto nei servi zi sociali istituzionali è molto più sviluppato di quanto non sia nel settore volontario, perché è ben noto — specie in Italia — quanto la realtà delle or ganizzazioni pubbliche si discosti nei fatti dalle procedure di democrazia e di controlli formalmente previsti dalla legge. Gli abusi, le prevaricazioni, le inadempienze e le ipocrisie delle strutture pubbliche non hanno qui bisogno di essere ricordate e commentate, tanto sono note all ’ esperienza di ciascuno di noi. Ma spetta alle agenzie di volontariato esprimere quella nuova norma tività che ne faccia dei modelli esemplari di rendiconto, quale sinora — ge neralmente — non si è dato. Vale la pena, infine, di ribadire che ci si deve guardare dallo strumentaliz zare il volontariato, sia in senso ideologico, che clientelare o economicistico o altro. In particolare, il volontariato, quale che sia la sua forma e modalità di espressione, non può essere usato con il fine primario di ridurre le spese so ciali, pena lo stravolgimento della sua natura e dei suoi fini, ma soprattutto pena la perdita di un bene comune. Un effetto economico di risparmio o di maggiore efficienza/produttività può tutt ’ al più essere concepito come pro dotto indiretto di un altro fine, che è quello di riattivare il coinvolgimento pubblico-sociale, politico, ad orientamento comunitario, della popolazione, tramite strutture di intervento che permettono il massimo di auto-controllo e di auto-regolazione da parte di tutti i membri partecipanti al sistema com plessivo di scambi per il massimo di efficacia ed efficienza sociale, e non solo economico, nello smisurato campo dei servizi, specie quelli di carattere per sonale e intersoggettivo, in cui risiede il nucleo essenziale di quella nuova qualità di vita che tutti auspichiamo.

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