Problemi della transizione 1983

Scienza e ideologia

moralmente inferiori ancora più severamente di quanto non si attui oggi. Noi dobbiamo, e ne abbiamo il diritto, fidarci dei migliori fra di noi ed inca ricarli di attuare la selezione che a seconda di come verrà condotta determi nerà la prosperità o l ’ annientamento del nostro popolo». Se si pensa che la seconda citazione è tratta da un lavoro pubblicato nel 1940 e la prima dalla «summa» sull ’ evoluzione Die Evolution der Organismen in cui Gerhard He- berer riuniva nel 1943 saggi dei più eminenti biologi della Germania di al lora, si comprende come queste opinioni espresse da Lorenz non facesse ro che aggiungere una convincente patente di scientificità alle leggi nazi- ste per la conservazione della razza che del resto, in ossequio a questa vi sione selezionista, non si limitavano a colpire gli ebrei o gli zingari ma prevedevano, come si legge in un testo di genetica dell ’ epoca 28 , la steriliz zazione di 200000 idioti, 80000 schizofrenici, 20000 maniaco depressivi, 60000 epilettici, 4000 ciechi, 18000 sordi, 10000 alcoolizzati. Fisher, essen do inglese e quindi meno sollecitato a giungere a conclusioni drastiche, esprime opinioni non tanto diverse ma in tono più moderato nella «teoria genetica della selezione naturale» considerato universalmente come la base teorico matematica della «sintesi moderna» neodarwiniana. Anch ’ egli infatti parte dalla enunciazione riduzionistica: «i) l ’ uomo come gli altri animali è venuto da un processo evolutivo, ii) le qualità mentali e morali dell ’ uomo come quelle fisiche sono il risultato di cause naturali» 29 . Su questa base e sul principio neodarwiniano che definisce l ’ adattabilità (fitness) fondamentalmente come fertilità differenziale, Fisher rielabora la teoria della degenerazione della specie umana, prendendo spunto dal fatto che il numero di figli di chi «ha successo» è inferiore a quello delle classi me no abbienti. Da questo la conclusione che: «L ’ esigenza più ovvia di una so cietà capace di fare progressi evolutivi... è che la riproduzione sia resa in qualche modo più attiva fra i suoi membri che hanno successo che fra quelli che ne hanno meno». Appare chiaro che in queste affermazioni è in realtà implicita, oltre al ri duzionismo, anche una concezione meccanica della vita. È infatti necessario per questa linea di pensiero che, una volta operata l ’ unificazione fra il sociale ed il biologico, quest ’ ultimo risulti come qualcosa di assolutamente deter minato, privo di storia. Se così non fosse, elementi di libertà si inserirebbero di nuovo in una concezione che si è mantenuta attraverso i secoli proprio con lo scopo «politico» di negare la libertà e di considerare la variabilità, genetica o di comportamento, come qualcosa di dannoso ad una società che si vuole statica e con distinzioni stabili fra i buoni, i meno buoni, i cattivi. Per que sto, l ’ affermare che il fenotipo è tutto determinato in modo univoco dal ge notipo è funzionale al pensiero di chi ritiene inutile intervenire durante lo sviluppo dell ’ uomo per migliorarne la qualità della vita e preferisce invece proporre misure selettive «in positivo» eliminando in un modo o in un ’ altro i «mal predestinati». Analogamente, le teorie dei neodarwinisti classici, che indicavano come utile alla sopravvivenza della specie la canalizzazione delle popolazioni in tipi «puri» particolarmente adatti, non tenendo conto dell ’ evolversi storico della relazione genotipo-ambiente, sono terreno fertile per operazioni di eugenetica che, spesso identificando arbitrariamente come uomo più adatto l ’ uomo più funzionale ad un certo tipo di società, tendono ad eliminare variabilità e ad introdurre concetti non biologici quale quello della devianza. Né è meno funzionale a questo proposito la teoria stocastica che, determi

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