Problemi della transizione 1983
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
nista per quanto riguarda il passaggio da genotipo a fenotipo, inserisce il concetto di «fatalità» nella vita degli individui, per cui, se a qualcuno è «ca pitato» di appartenere ad una classe o di non essere riuscito tanto «bene» non vi è modo di cambiare la sua condizione di vita. Naturalmente sto estremiz zando questo modo di pensare, nel senso che sarebbe sciocco affermare che un meccanicista o uno stocastico debbano per forza aderire alle idee di emar ginazione. Voglio invece solo chiarire che queste concezioni si prestano di più alla utilizzazione dall ’ esterno perché sono strutturalmente più simili a quanto, allora senza dati, hanno affermato Platone, Aristotele ecc. E infatti se analizziamo le posizioni di quanti, in campo meccanico, si so no invece battuti contro la discriminazione osserviamo che essi tendono a ri fiutare, della concezione discriminatoria, il riduzionismo mentre non espri mono opinioni precise sul meccanicismo del biologico o, in certi casi, lo ac cettano; di questo tipo è stata ad esempio la posizione agnostica di Julian Huxley e di J.B.S. Haldane che si limitavano a dichiarare che gli scienziati non erano in grado di sapere quanto fossero ereditarie le differenze compor tamentali, pronunciandosi contemporaneamente contro la dottrina nazista sul piano morale. 30 L ’ estremizzazione di questo atteggiamento porta poi da un lato a considerare come contraddittorie la natura biologica e quella sociale dell ’ uomo (il corpo come inutile peso per un libero spirito), dall ’ altro addi rittura a suggerire, come faceva l ’ allora marxista Muller, che la selezione de gli uomini potesse diventare un fatto positivo se effettuata secondo criteri so cialisti. Va anche detto che lo stesso Muller si allontanò poi dal marxismo per diventare il primo propugnatore della banca di spermi che periodicamente torna di moda ed è tornata sui giornali anche molto recentemente. Da quanto ho detto precedentemente in questo articolo, invece, credo che risulti abbastanza chiaro come, pur essendovi senza dubbio processi di tipo meccanico nei meccanismi della ereditarietà dei caratteri, è ormai sufficien temente dimostrato che la variabilità, sia a livello individuale (eterozigosi) sia a quello collettivo, non è senz ’ altro dannosa ma anzi molto spesso è fatto re molto positivo per la sopravvivenza degli individui e l ’ evoluzione delle popolazioni. Questo concetto è espresso in modo molto chiaro da Dobzhan- ski quando dice: «Immaginate un universo in cui l ’ ambiente sia assoluta- mente costante ed uniforme. In un universo di questo tipo l ’ evoluzione po trebbe culminare in un adattamento ottimale. Le popolazioni di ogni specie consisterebbero allora di individui geneticamente identici, omozigoti per tutti i generi normali e selvatici e liberi da quello che il modello classico della genetica di popolazioni aveva identificato come “ il male necessario ” della variabilità genetica. La soppressione di ogni possibilità di mutazione sarebbe l ’ apice di una evoluzione di questo tipo. Sarebbe stato realizzato l ’ ^/cxf, il tipo ideale nella specie umana ed in altre specie, postulato più di duemila anni fa da Platone... Nel mondo com ’ è in realtà, l ’ ambiente non è né co stante né uniforme e nessun genotipo è il più adattato in tutti gli ambienti. In tempi diversi genotipi diversi sono necessari per utilizzare i cambiamenti di ambiente ed anche per mantenere una sufficiente adattabilità in ambienti in divenire storico» 29 . Quello che conta non è quindi, se non in casi partico lari, l ’ affermarsi categorico e canalizzato di individui che presentano tutti ca ratteri vantaggiosi, ma lo stabilirsi di un equilibrio dinamico di interazione fra i vari genotipi e quindi fenotipi esistenti. Ed inoltre, anche solo dal pun to di vista del «biologico», un individuo non può essere misurato e classifica to singolarmente per una unica attitudine (ad esempio con parametri tipo il
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