Problemi della transizione 1983
Crisi del piano e riforma urbanistica
molti sono in grado di capire e di prendere posi zione sugli orientamenti diversi che riguardano la salute di una comunità. Alcuni di noi al contrario hanno spinto a con clusioni paradossali la indispensabile ricerca cri tica, fino a pensare che il piano possa diventare il parafulmine su cui scaricare tutte le folgori che minacciano l ’ urbanistica, credendo forse così di salvare la disciplina dai pericoli del temporale in combente. Questa diagnosi pessimista finisce allora per diventare dogmatica, affermando ad esempio ca tegoricamente che un piano produce soltanto «vincoli». Ed io, per esorcizzare questo termine demonizzato, vorrei ricordare che il piano — qualunque piano in questo caso — è uno stru mento a cui la società affida il compito di formu lare indicazioni cogenti, perché in caso contrario sarebbe soltanto un documento di letteratura ur banistica. Altri pensano — liberi di farlo, natu ralmente — che il piano sia soltanto un insieme di «lacci e laccioli», ma in questo caso il contenu to dell ’ obiezione si giudica più facilmente: ep pure la differenza fra vincoli e laccioli a me non sembra poi così grande. L ’ autocritica penitente afferma anche che nes sun piano riesce a realizzare i suoi obiettivi fon damentali: e in questo caso la perentoria generi cità appare francamente ingenerosa verso trenta anni di battaglie urbanistiche, i cui successi sia pure minoritari e parziali sono sotto gli occhi di tutti, solo che si voglia vederli e giudicarli, con frontandoli anche con le condizioni urbane e ter ritoriali che si sono lasciati dietro le spalle. Questa esasperata autocritica di alcuni urbani sti si spiega meglio, se si pensa alla critica che al piano — senza aggettivi qualificativi — viene mossa da molte altre parti. Una parte della cul tura architettonica, per esempio, considera il piano un peccato di superbia proprio per le sue previsioni non sempre immediate e suggerisce di abbandonare alla «depianifìcazione» tutte quelle parti della città che non siano oggetto di subita neo intervento. Come non vedere, però, che que ste radicali proposte sono la spia di una crisi in terna proprio della cultura architettonica, nel tentativo — per ora non certamente concluso — di superare le posizioni storiche del razionali smo, fra postmodernisti, neocostruttivisti e fau tori del progetto per il progetto, abbandonando in un canto — sdegnati o avviliti — i superstiti 2. Il piano e le critiche
di Giuseppe Campos Venuti
Come affrontare la crisi del piano e più in ge nerale dell ’ urbanistica? Su questo interrogativo si sono confrontati gli urbanisti italiani durante il loro ultimo congresso nazionale. La problema tica delle città e del territorio è probabilmente oggi meno presente che in altri momenti all ’ in terno della cultura italiana: è proprio per questo che ci sembra opportuno riproporre sulle pagine di Problemi della Transizione la relazione che Giuseppe Campos Venuti ha svolto nel corso di quel Congresso, le cui tesi restano di preoccu pante attualità. Che il piano e l ’ urbanistica attraversino un pe riodo di crisi è diffìcile negarlo: è invece in di scussione il modo migliore per uscire da questa crisi. E a me sembra che il modo migliore per su perare la crisi, sia quello di chiarirci le idee su quale piano e quale urbanistica vogliamo difen dere. E vero che nel passato abbiamo spesso af fermato la generica superiorità del piano e dell ’ urbanistica sul disordine patologico delle trasformazioni urbane e territoriali. Oggi però la disciplina è diffusamente entrata nelle istituzio ni, anche se larghe sacche di evasione permango no specialmente nel Mezzogiorno: in queste condizioni il dibattito esclusivamente metodolo gico sulla validità del piano senza aggettivi non è più sufficiente e occorre dare spazio al chiari mento sui contenuti, anche per impedire la per dita di prestigio della disciplina in quanto tale. Tanto per capirsi, pochi accetterebbero oggi di mettere in discussione la medicina quale disci plina indispensabile in una società moderna, ma 1. Quale piano vogliamo difendere
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