Problemi della transizione 1983
Riforma Urbanistica
del movimento moderno? Sembra quasi che l ’ unico momento unitario di questa parte della cultura architettonica possa ritrovarsi nel con trapporre il progetto — qualunque progetto — al piano, senza avvertire che proprio le posizioni più avanzate nelle discipline dell ’ architettura e dell ’ urbanistica sopporteranno il danno peggio re di questo jeu de massacre. Si ripete quanto avvenne circa venti anni fa quando, dopo la sconfìtta della riforma urbani stica generale, in risposta all ’ ubriacatura di con tenuti ci fu un momentaneo riflusso nella ricerca formale. Il peccato — ancora veniale — ebbe una punizione assolutamente sproporzionata: proveniente dalle incandescenti università, sul progetto si abbatteva infatti poco dopo una ven tata colpevolizzante, con l ’ accusa irrazionale di «professionalista» per tutti coloro che difendeva no — come era giusto fare — l ’ autonomia della disciplina architettonica. Qualche amico mi ha recentemente rimproverato la insufficiente dife sa dell ’ architettura moderna da parte dell ’ urba nistica riformista: non saprei dire se allora sba gliammo per omissione, ma come è certo che due torti non fanno una ragione, non credo che la ritorsione possa essere utile oggi alla cultura della costruzione, delle città e del territorio. La critica al piano arriva però anche da una parte della cultura politica. Più esplicitamente da coloro per i quali piano vuol dire regola, cioè rispetto di scelte comuni, anche quando queste sono in contrasto con precisi interessi di parte. Costoro il piano l ’ hanno rifiutato sempre quan do potevano e tentato di piegarlo ai propri voleri quando dovevano subirlo e infine l ’ hanno viola to ogni qual volta ci riuscivano, quando con quei voleri non coincideva. Ma la critica al piano, sia pure più sommessa, arriva a volte anche da quel le parti che si sforzano di rappresentare i cittadi ni che come singoli non hanno potere; e allora bisogna domandarsi perché questo accade. Ed io credo si possa dire che la ragione di fondo di questa critica nasce proprio dalla incapacità di dare un giudizio di merito sui diversi piani: dal fatto cioè che — al di là dei pur diversi contenuti — tutti i piani siano stati in qualche modo consi derati da costoro come la versione urbanistica di quell ’ assistenzialismo clientelare, corporativo e burocratico che tanto si è purtroppo diffuso nel Paese e dal quale tutti giustamente si sentono oppressi, anche se per la verità molti ne profitta no. Costoro hanno così inteso il piano come qualcosa che tarpa le iniziative, annulla l ’ indivi duo, dà ai pigri e toglie agli attivi: ma questo è un fantasma generico del piano, una costruzione astratta, che si sgretola se confrontata con la
realtà dei piani tanto diversi fra loro. Ed è proprio questo fantasma del piano — di un piano senza aggettivi, criticato in quanto tale — che noi dobbiamo tentare di cancellare; con fermando del piano non soltanto lo specifico di sciplinare, ma anche esaltando il valore politico delle sue scelte di contenuto, quale strumento di opzioni urbane e territoriali, da confrontare con il problema del consenso e insieme con l ’ esigen za di evoluzione e di riforme che ogni forza poli tica popolare incarna per sua stessa natura. Se non l ’ esplicita critica, almeno l ’ indifferen za nei confronti del piano viene espressa poi da quei movimenti che non coincidono con la poli tica e con la cultura, ma che pure rappresentano una preziosa novità della società italiana. Il pro blema con questi è di segno opposto, perché i movimenti generalmente vedono più chiara mente i fini, gli obiettivi, ma sono insofferenti a contemplare la necessità dei mezzi, cioè proprio delle leggi e dei piani di contenuto riformista. Ancora una volta allora dobbiamo con essi ri chiamare il valore della strumentazione urbani stica, confermando però la necessità di qualifica re quegli strumenti in base a precise scelte pro grammatiche. L ’ ossessione critica nei confronti del piano in quanto tale rischia peraltro di provocare sul ver sante opposto la difesa d ’ ufficio di qualsiasi pia no, soluzione certamente sbagliata in via di prin cipio e che in pratica ci porterebbe in difesa di tanti piani urbanistici succubi degli interessi dei pochi ed estranei alle necessità dei molti. L ’ espe rienza ci dice al contrario che una minoranza sempre più consistente di piani si è sforzata negli ultimi venticinque anni di interpretare queste necessità. Sono questi i piani di cui l ’ istituto Na zionale di Urbanistica deve prendere la difesa con decisione e vigore, proprio nel momento in cui si cerca di fare d ’ ogni erba un fascio. Provoca quindi sconcerto e anche riprovazione l ’ affermazione di chi considera le esperienze ur banistiche riformiste tanto rare da sembrar frutto della sorte, più che del calcolo: giudizio questo ingeneroso e falso, ma anche autolesionista. Sembra quasi che la parte più avanzata degli ur banisti italiani debba secondo costoro cosparger si il capo di cenere, far atto di costrizione per i suoi peccati mortali, cercando una catarsi libera toria nel rinnegare le sue battaglie e con esse i 3. Le esperienze urbanistiche alternative
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