Problemi della transizione 1983

Riforma Urbanistica

dal legislatore soltanto a ridurre i costi di espro prio delle aree per le abitazioni popolari, abbia mo invece ricavato uno strumento decisivo per quei comuni che volessero orientare lo sviluppo urbano a vantaggio degli interessi collettivi. Questa opportunità è stata sfruttata soltanto in una minoranza di casi: appunto, anche questa volta si è trattato dunque di calcolo e non di sor te, del piano e della sua gestione è stato fatto un uso alternativo solo quando politici, tecnici, cit tadini hanno avuto la capacità di maturare una scelta urbanistica riformista. Sarebbe forse il caso di spingere in questa direzione le nostre verifi che, per cercare di capire perché maggioranze co munali di stesso segno non sono sempre appro date ai piani urbanistici alternativi: e non invece rischiare di confondere le carte, mettendo tutti nello stesso sacco di una critica, o magari di una autocritica, generica quanto inutilizzabile. Altre volte i piani alternativi anticipavano e stimolavano le leggi riformiste. L ’ esigenza di spazi minimi da destinare con il piano agli usi pubblici fu empiricamente quantificata, a rap presentare le necessità di scuole, giardini, campi sportivi, attrezzature sociali, assistenziali, cultu rali, che nella città non esistevano o quasi. E do po alcuni piani che affrontavano il problema concretamente, venne anche la legge nazionale che sanciva l ’ innovazione urbanistica. Non a ca so li chiamammo «standards» — stendardo, ban diera, simbolo — , per sottolineare che non cer cavamo norme burocratiche da rispettare mecca nicamente, ma obiettivi civili da raggiungere servendosi dello strumento urbanistico riforma tore e da adeguare continuamente ai bisogni del la società in evoluzione. Perché non tentare a questo proposito una verifica, per controllare co me è stata applicata in questo caso la disciplina e specialmente quale ne è stata in concreto la rica duta in termini di servizi realizzati? E non mi si ripeta anche qui la vecchia obiezione della quan tità di servizi che non coincide sempre con la qualità, perché dovrei ripetere anch ’ io che un ’ attrezzatura inesistente è totalmente priva di qualità. E in modo alternativo abbiamo usato lo zo- ning, strumento disciplinare ingiustamente ac cusato di vincolismo segregativo: non per creare nelle città nuovi compartimenti stagni, ma per conservare nei tessuti urbani esistenti le industrie leggere da risanare e da ammodernare, cioè co me strumento di polifunzionalità urbanistica e non al contrario. Nei centri storici, dove l ’ appli cazione dei piani particolareggiati si dimostrava astratta e impossibile, abbiamo usato il piano generale elaborato in scala esecutiva, aggirando

l ’ ostacolo: e se qualcuno giudica che ci furono eccessi conservativi nelle scelte di merito, è anco ra una volta di queste che è necessario discutere, per superare quando e dove serve ogni esaspera zione ideologica. Certo queste esperienze non sono generalizzate: ma dove sono state compiute hanno dato sempre risultati più o meno positivi, non hanno creato ideali città modello, ma hanno contribuito concretamente a trasformare alcune città, o parti di esse, in modo migliore di quanto non sia stato per le altre. E questa la verifica di cui abbiamo realmente bisogno: non l ’ abbandonarsi anche in questo campo alla moda corrente delle ingegnerie isti tuzionali, ma l ’ analisi dei risultati reali e degli strumenti di piano che hanno contribuito a de terminarli; non una lettura critica della urbani stica scritta magari anche in modo sofisticato, ma l ’ approfondimento ulteriore dei fenomeni in corso e il progressivo adattamento degli stru menti esistenti alle nuove necessità. Perfino una eventuale involuzione legislativa non dovrà tro varci impreparati, ma pronti invece a rimodella re il piano per salvare il salvabile e riprendere poi l ’ impegno riformista: anche in questa dannata ipotesi dovremo rimboccarci le maniche e spor carci le mani, ma sarebbe meglio non arrivarci. E allora alla concreta e razionale proposta elabo rata per realizzare una legislazione riformista, l ’ istituto Nazionale di Urbanistica deve far corri spondere una posizione analoga per la pianifica zione riformista. Se per il regime dei suoli si è scelto di confermare e sviluppare le posizioni che abbiamo gradualmente fatto crescere negli ulti mi venti anni, altrettanto va fatto per i livelli, le forme, ma specialmente i contenuti del piano. Non è possibile difendere le nostre giuste posi zioni sul terreno legislativo, con un atteggia mento ambiguo sugli obiettivi della pianifica zione, o peggio con gli orientamenti aprioristici che in questo campo assume la nostra rivista. E forse il limitato successo, che le nostre proposte legislative incontrano presso il mondo della poli tica, si deve proprio alla mancanza di coerenza esistente oggi fra quelle proposte e il nostro con traddittorio orientamento sul terreno del piano. E invece, oggi più che mai, al mondo della politica dovremmo fare concrete proposte sui contenuti e in particolare alla sinistra politica che, se manca di accordi sull ’ alternativa di schie ramento, comincia ad incontrarsi invece sulle al 151 5. Una politica riformista per l ’ INU

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