Problemi della transizione 1983

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

modelli di crescita delle città e l ’ anarchico disor dine in cui erano abbandonate le campagne. Così, fino ad oggi, la stagione del riformismo urbanistico graduale, fertile di novità anche se piena di sbagli, ha avuto come frutti non solo una prima maturazione urbanistica della società civile e politica, ma anche un evidente sviluppo di nuovi metodi e strumenti di pianificazione. Nessuno aveva chiesto stravolgimenti del piano, ma quale rivoluzione di contenuti disciplinari è stata compiuta in questi anni! Non c ’ è nessuna indulgenza al trionfalismo in queste riafferma zioni, né per altro il clima di giusta preoccupa zione per il momento più che diffìcile lo consen tirebbe; ma c ’ è invece la necessità di richiamare le luci oltre alle ombre, il bagaglio di indicazioni positive insieme all ’ elenco degli insuccessi, il quadro degli ostacoli da affrontare, ma anche quello delle esperienze valide che ci permettono di non partire da zero. Qualcuno vorrebbe dimenticare oggi il peso che la rendita continua ad avere su ogni scelta urbanistica. Perché non ricordare allora quando si cominciò a calcolare concretamente il dimen sionamento dei piani, in aree e volumi edificabi- li — cosa mai fatta in precedenza — e poi a con frontare la misura delle previsioni private con quelle pubbliche sempre sottovalutate? E infine quando mettemmo in luce con maggiore chia rezza il peso dei valori posizionali, quale ele mento di fondamentale distorsione nelle trasfor mazioni urbane e territoriali? Sono state,queste, esperienze pratiche e insie me sistemazioni teoriche, dalle quali abbiamo derivato sia metodologie e strumenti di pianifi cazione, quanto specifiche soluzioni operative. Non sempre abbiamo saputo capire la realtà dei fenomeni urbanistici, talvolta li abbiamo spiega ti, ma senza saperli affrontare, altre volte siamo però riusciti ad interpretarli e anche a trovare la strada per risolverli. In quante città, almeno nel nord e nel centro del Paese, i frutti di questa ur banistica riformista hanno permesso la formazio ne di periferie migliori — o meno malformate — che nel passato! E se più raramente siamo riu sciti a far prevalere i valori d ’ uso sulle scelte ur banistiche differenziali, ciò non significa certo che questo è uno scontro immaginario, ché anzi mai come oggi l ’ argomento è stato attuale. E ancora, da una legge come la 167, destinata 4. Metodi e contenuti del piano riformista

suoi limitati, ma non insignificanti successi. E in questa luce acquista valori equivoci il reiterato invito alla profonda verifica degli strumenti di pianificazione, quasi che da venticinque anni l ’ urbanistica riformista di verifiche non ne avesse mai fatte nel dibattito teorico; quasi che nella pratica questi piani, che io son qui a difendere, non abbiano saputo non solo affermarsi, ma an che trasformarsi continuamente, per adeguarsi alla realtà legislativa, economica, sociale, cultu rale e nello stesso tempo per influenzare queste realtà. Se si negano le esperienze dell ’ urbanistica al ternativa, teoriche e pratiche, minoritarie, ma vitali, non ha più senso rincontro di chi può tro vare soltanto in esse la sua legittimità culturale e politica e non certo in una affinità disciplinare di tipo agnosticamente corporativo. Del resto quel le esperienze riformiste sono difficili da negare, perché ormai sono parte della storia italiana dell ’ ultimo quarto di secolo e perché, sia pur meno di quanto sperassimo e certamente assai meno di quanto fosse necessario, hanno comun que cambiato in meglio tante nostre città e pae si. Abbiamo forse dimenticato come fossero i piani trenta anni fa e quali sviluppi cittadini le gittimassero, prima che si affermasse l ’ impegno per la riforma urbanistica? Abbiamo dimentica to i piani delle megalomani quanto illusorie pre visioni private, che sancivano lo sviluppo urbano a macchia d ’ olio? I chirurgici tracciati dei piani fascisti non abrogati e dei piani di ricostruzione che completavano lo sventramento dei centri sto rici? I piani indifferenti alle previsioni per servizi pubblici, che generavano periferie senza scuole, senza giardini, senza attrezzature comuni? Gli urbanisti più anziani non dovrebbero dimentica re quella realtà, ai più giovani sarebbe utile stu diarla nelle università, in luogo di qualche ricer ca più o meno alla moda. Introdurre oggi il termine verifica nel dibatti to sui piani può dare la sensazione di voler scon volgere e rifiutare in blocco quel processo di ri forma urbanistica graduale, delle leggi, dei pia ni, della gestione, che da venti anni le parti cul turali e politiche più avanzate cercano di svilup pare, fra errori e contraddizioni certamente, ma anche facendo molti passi in avanti, che sarebbe pericoloso ignorare nell ’ illusorio proposito di una fuga verso l ’ ignoto. Durante i difficili anni trascorsi non furono le invocazioni di generiche verifiche metodologiche a provocare l ’ evoluzio ne degli strumenti di piano, ma la potente do manda di riforma dei contenuti urbanistici; cioè la volontà, culturale quanto politica, di miglio rare — anche attraverso il piano — i patologici

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