Problemi della transizione 1984

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Quanto accade oggi ad esempio nel Libano, ma anche (ce lo dimentichia mo troppo spesso) nella ormai pluriennale guerra fra Iraq e Iran, o ieri nel conflitto per le Falkland (dove le risorse in fondo al mare di petrolio e/o di noduli di manganese sono state cause non secondarie dell ’ avventura thatche- riana) mette in evidenza come questo futuro sia in parte almeno incomincia to. Ma non è tutto. La menzione iniziale a un altro anniversario, quello del cosiddetto «scandalo Ippolito», non era né casuale né di maniera. Rievocare oggi il caso Ippolito non significa infatti occuparsi di storia pas sata. A distanza di venti anni le conseguenze di quel caso sono ancora in mezzo a noi. E non intendo principalmente riferirmi alla situazione energe tica odierna, con la sua pesante eredità di raffinerie inutili e obsolete, di for me strutturali di inflazione indotte dal rincaro delle fonti energetiche impor tate, di pesanti effetti non solo sull ’ economia ma anche sull ’ ambiente e sulla salute dell ’ uomo. Venti anni fa nel settore delle applicazioni pacifiche dell ’ energia nucleare in Italia erano concentrate le uniche risorse (umane, tecniche, finanziarie) che, per qualità e quantità, parevano in grado di avvia re un serio programma di ricerca e di innovazione, con tutte le implicazioni che ciò avrebbe comportato non soltanto per quanto concerne la transizione energetica. Un successo della politica nucleare allora avrebbe rappresentato una clamorosa trasformazione nel modo di pensare, di programmare, di or ganizzare nel quotidiano un processo innovativo per l ’ Italia nuovo, ma es senziale per un autonomo sviluppo economico e sociale. Viceversa con la de fenestrazione di Ippolito nel settore nucleare prevalse una scelta subalterna, che pesò negativamente sul complesso della politica scientifica e tecnologica del paese, cioè sulla nostra capacità di scegliere autonome vie di sviluppo. Non è pertanto azzardato affermare che certi mostri chimici, determinati oneri siderurgici, il disastro finanziario di grandi enti come l ’ ENI e TIRI sia no figli di quella lontana vicenda. Per questo diffido oggi dei laudatori del contingente e dell ’ immediato. Il rifiuto di misurarsi sulle strategie per il fu turo ha come conseguenza speculare l ’ oblio sulle vicende del passato. E que sto vale sia per le cose di casa nostra sia per più vaste e complesse questioni internazionali. Non è un caso, ad esempio, che, malgrado tutti i dibattiti in materia e le precise indicazioni e scadenze fissate dal PEN e dalla successiva delibera del CIPE del 4.12.1981, dei piani di approvvigionamento del petrolio e di ri strutturazione del sistema di raffinazione non se ne parli più. Ciò significhe rebbe infatti non solo rivedere le bucce del passato, ma soprattutto affronta re i nodi dei rapporti tra le grandi compagnie internazionali, i produttori in dipendenti e l ’ ENI, nonché i nodi non sempre edificanti da sciogliere all ’ in terno della stessa struttura dell ’ ENI. Con simili temi scottanti e decisivi quasi nessuno oggi si misura: più semplice è intervenire sul regime dei prezzi dei prodotti petroliferi senza modificare l ’ assetto esistente oppure aumentare le tariffe elettriche senza attuare la riforma dell ’ ENEL. Un ulteriore esempio di questo new look energetico può essere quello della rinata polemica sul costo del chilowattora elettrico. Ho letto recentemente autorevoli studi anche in ternazionali che mettono in discussione la convenienza dell ’ energia prodotta per via nucleare rispetto a quella prodotta per mezzo di carbone. Sarò un im penitente collezionista di ricordi, ma discorsi di questo genere mi ricordano analoghi confronti degli anni ’ 60 fra costo del chilowattora nucleare e costo del chilowattora prodotto con olio combustibile.

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