Problemi della transizione 1984
Produrre che cosa?
pre, tanto che alla fine di ciascun processo ce n ’ è sempre di meno rispetto all ’ inizio. E un ’ altra delle differenze fra le regole della natura e quelle dell ’ econo mia che vuole invece che alla fine di ciascun processo il denaro sia sempre di più (per il capitalista). Alla legge dell ’ entropia non si sfugge e speriamo che, alla fine, essa riesca a imporre una riforma dell ’ economia politica! Nello stes so quadro rientra il discorso dei rifiuti e dell ’ inquinamento: Il ciclo merceo logico genera, sia nella fase di produzione, sia in quella di «consumo» delle merci, delle cose che sono residui e che diventano rifiuti — cioè vengono buttati via — non per una loro vocazione alla bruttura e alla sporcizia, ma in seguito ad una precisa scelta ideologica e politica. Secondo l ’ economia corrente, infatti, conviene di più fabbricare merci nuove da nuove materie prime con nuova energia, piuttosto che riutilizzare le merci usate. Anzi il processo capitalistico ha interesse a produrre merci di breve durata, da buttare via presto, a ridurre al minimo socialmente tollerabile il valore d ’ uso delle merci, al fine di rendere massimo il valore di scambio complessi vo, il che equivale a ridurre al minimo il contenuto di ricchezza reale. Da qui il dovere sociale di buttare via gli oggetti poco dopo averli acqui stati, di comprare sempre cose nuove, di consumare molto. A ben guardare, una società non consuma niente: non esistono dei consu matori di merci, ma soltanto delle persone che «usano» le merci. Quando moltissimi anni fa, mi azzardai a scrivere che la nostra non do vrebbe essere chiamata «società dei consumi», ma società dei rifiuti, un gior nale benpensante mi insultò riconoscendo — giustamente, dal suo punto di vista — il contenuto provocatorio e sovversivo dell ’ affermazione: ricuperare il valore d ’ uso dei residui e dei rifiuti, risparmiare, «fare di più con meno», sono operazioni in contrasto con i principi dell ’ economia politica borghese. Non a caso ho citato la frase di Mao, perché uno degli elementi qualifican ti, con radici che risalgono, correttamente, al marxismo-leninismo, della ri voluzione culturale cinese fu la «rivalutazione» dei rifiuti che, in una società socialista, non devono essere buttati via perché sono portatori di valore d ’ uso — e quindi di lavoro e di energia — e perché possono diventare nuove mate rie prime per nuovi cicli produttivi, fonti di nuova occupazione. Da ciò l ’ etica della lotta ai «quattro rifiuti», col cui ricupero si evita l ’ in quinamento e lo spreco di altre materie prime. La crisi energetica ha dato nuovo significato a questo principio: la riutiliz zazione dei rifiuti, infatti, consente anche di ricuperare l ’ energia che essi portano incorporata in sé; il rottame metallico, la carta usata, sono, in un certo senso, delle fonti di energia in quanto la loro nuova trasformazione in metallo o in carta richiede meno energia rispetto alla fabbricazione di nuovo metallo dal minerale, di nuova carta dall ’ albero. Occorre un impegno, dalla scuola alle organizzazioni dei lavoratori, per aiutare i consumatori, i lavoratori a comprendere correttamente quali biso gni le merci sono in grado di soddisfare e come; a comprendere che cosa si gnificano le scelte produttive in termini di occupazione, di investimento di capitali, di dipendenza dalle importazioni, di utilità sociale e individuale delle merci. Tutte cose che il capitale non ha alcun interesse a far conoscere e far capi re: meglio parlare con la sirena della pubblicità, la cui efficacia è proporzio nale alla ignoranza merceologica.
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