Problemi della transizione 1984

Nuove tecnologie e trasformazione delle città

rebbero ai loro abitanti di guadagnarsi da vivere — per la produzione e la vendita, cioè, di beni e servizi che la gente sia disposta a comprare. E vero che questa ferrea legge potrebbe essere modificata dall ’ intervento statale, che potrebbe concentrare in queste zone — per una quota maggiore della media — tutti quei servizi pubblici la cui produzione è tutto sommato svin colata dalla presenza di particolari condizioni geografiche. Ed in effetti, nel corso degli anni ’ 60 e ’ 70 le politiche adottate a livello regionale dai paesi europei si sono orientate in maniera decisiva — sebbene non sempre esplici tamente riconosciuta — proprio verso questo tipo di servizi, che sono per lo ro natura ad alta intensità di lavoro. Ma oggi, in seguito ai tagli imposti in quasi tutti i paesi alla spesa pubblica, questa ricetta non sembra più così fa cilmente applicabile come un tempo. Le casse pubbliche sono ormai vuote: le città, ed i loro abitanti, debbono ormai rassegnarsi a provvedere autono mamente al proprio sostentamento. La situazione, però, non è così grave come sembra: almeno due elementi, in effetti, dovrebbero in qualche modo rassicurarci. Innanzitutto, alcune grandi città sembrano immuni dal male: tra questo ritroviamo le città di re cente edificazione situate nell ’ area meridionale ed occidentale degli Stati Uniti — la cosiddetta sun belt — ; alcune città dell ’ Europa occidentale, Spa gna compresa; e, naturalmente, le grandi città dei paesi in via di sviluppo. In secondo luogo, siamo oggi in grado di definire con sufficiente precisione — anche sulla base di questi esempi di successo — quali cure potrebbero rendere possibile il superamento della crisi. Le città ritenute «sane» sono tali perché la loro economia riesce ancora a fornire lavoro agli abitanti. Ad un identico risultato corrispondono però mo delli di organizzazione economica assai diversi nei vari tipi di città: le metro poli del Terzo Mondo, ad esempio, sono in parte avvantaggiate dal fatto di essere situate in paesi ancora in via di industrializzazione. Questa loro condi zione permette infatti di coniugare la presenza di impianti e fabbriche di re cente installazione ad un ’ offerta di manodopera a basso costo, data la pre senza di lavoratori provenienti dalle campagne e disposti ad accettare qual siasi livello di salario corrente. Secondo i seguaci di Milton Friedman, ciò po trebbe verificarsi anche nelle città del Primo Mondo, se solo i lavoratori si di mostrassero anche qui favorevoli ad accettare un prezzo di equilibrio del loro lavoro. Dal canto loro, però, i Keynesiani ci ricordano come le cose non siano così semplici, a causa della inadeguatezza della domanda nel complesso dell ’ economia. E in ogni caso, molti degli individui che hanno trovato una occupazione nelle città del Terzo Mondo — più della metà — non sono af fatto impiegati in un vero e proprio settore industriale regolare. Piuttosto, si può dire che si arrangiano, dedicandosi a qualsiasi attività — comunque pre caria ed irregolare — sia possibile: troviamo qui perciò una moltitudine di venditori ambulanti, fattorini, muratori, domestici. Ma va rilevato come tale tendenza si fosse peraltro già manifestata in molte, se non in tutte, le città del Primo Mondo cent ’ anni fa o forse più: è questa infatti la condizione de nunciata da Engels a Manchester, da Booth a Londra, da Riis a New York. E in effetti, è questo un fenomeno tipico di un ’ economia in transizione dalla fase pre-industriale a quella industriale; perciò, se può forse fornire qualche utile indicazione per le città del Primo Mondo nella situazione attuale, non può certo essere considerato determinante. Le città della sun belt rivestono per noi maggiore interesse per la loro im portanza. Certo può darsi che anche in questo caso il loro sviluppo sia in par

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