Problemi della transizione 1984

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

valorizzare e trasformare in «oasi» naturali. Da ciò discendono (o dovrebbero discendere, se si considera parco «tutto» il territorio) due azioni coincidenti e coinvolgenti: l ’ una rivolta a considerare il «bene naturale» (alias il «territorio») nel senso etimologico della parola (e, quindi, patrimonio, risorsa, ricchezza della collettività per la collettività) e l ’ altra a progettare l ’ uso del bene stesso che non può esaurirsi nei confini zo nali della sua attuale estrinsecazione. Il progetto di parco, per dirla in uno slogan, coinvolgendo tutto il territo rio e tutta la collettività, è il «progetto del territorio». Solo considerando e va lutando l ’ ambiente nel suo complesso è pensabile di poter evitare che la ric chezza rappresentata dal bene culturale o naturale singolo e specifico diventi una ricchezza individuale o riservata a pochi, ritorni ad essere una specie di illusione ottica, o di deformazione prospettica, come si ebbe nel ’ 700 col parco barocco. .. Schematicamente: se il parco territoriale non cessa di essere valutato quale «riserva», quale «oasi», quale zona speciale e straordinaria, magari alla fine e per fini turistico-mercantili, anche economicamente utile, il «parco» non si farà, o se lo si farà sarà solo perché nel frattempo sono stati compiuti tali e tanti misfatti che per la vergogna si cercherà di coprirli con l ’ attuazione del parco. Già nell ’ ottocento il parco cittadino era e voleva essere 1 ’ «alternativa» alla crescente congestione urbana (e, sempre a scanso di equivoci, non è che il parco urbano non fosse importante e significativo; anzi: è il contesto/con torno che quasi mai riesce ad essere riscattato nonostante i contenuti — a volte esemplari — dello stesso parco). Ma allora ci si chiederà: come mai per il parco del Delta (lato Emilia- Romagna) si è proceduto alla definizione di «Stazioni» che, poi, altro non so no che zone, aree separate, frammenti più o meno estesi al territorio? E, inoltre, perché limitarsi ad una sola regione quando il Delta investe un terri torio ben più vasto? La risposta, a questa ed a altre questioni, va articolata e ricondotta alla storia del Delta padano che, negli ultimi cento anni, ha rap presentato una specie di Eldorado dove l ’ oro non è mai stato coincidente con la «bellezza» e unicità dell ’ ambiente e, tanto meno, con le condizioni econo miche della comunità residente, quanto dall ’ essere una zona «povera» capa ce, se opportunamente sfruttata, di generare ricchezza. La storia del Delta del Po è sicuramente una storia di «colonialismo econo mico», se e in quanto si considera il colonialismo la matrice dei dislivelli eco nomici esistenti fra zone povere e zone opulente, fra sviluppo e sviluppo del sottosviluppo, in un determinato ambito territoriale. Il tutto ha inizio quando ci si accorge che un terreno prosciugato (e qui è tutta una Valle, un ambiente variamente immerso nell ’ acqua) vale 10-20 volte di più rispetto a quello, come si diceva alla fine del secolo scorso, «palu doso» e «acquitrinoso». Utilizzando i canali di scolo preesistenti, macchine idrovore già usate, e mano d ’ opera bracciantile a bassissimo prezzo, si hanno guadagni piuttosto consistenti, anche perché le aree appartenenti al pubbli co demanio vengono regolate per incentivare la «meritoria operazione» di bonifica considerata indispensabile per risollevare le popolazioni locali della «secolare» miseria.

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