Problemi della transizione 1984

Progetto Delta

che è avvenuta al di fuori dei tentativi compiuti per incrementare occupazio ne e redditi. Qui lo sviluppo industriale è fallito. Fa piacere pensare che sia fallito perché in opposizione all ’ ambiente... purtroppo, in altri settori è l ’ ambiente che ha subito i danni maggiori. Adesso non si è perduto soltanto una parte di questo ambiente. Non c ’ è solo il rischio di perderlo completamente con ulteriori lottizzazioni e priva tizzazioni, c ’ è il pericolo di annullarlo nella genericità di una qualsiasi peri feria... I capisaldi storici e naturali ancora esistenti sono periferici ai lidi e agli insediamenti balneari, i quali, a loro volta sono espressione della perife ria delle aree metropolitane. Il cemento della costa è una presenza incom bente e calamitante. Il prossimo sviluppo dei lidi può inglobare e distrugge re i residui storici e naturali, cancellando così qualsiasi aggancio con la realtà storica, oppure, l ’ assunzione di banali parametri pianificatori, magari validi in altre zone, può trasformare le residue emergenze in stereotipati monu menti da contemplare come se fossero modelli al vero di un gigantesco mu seo delle cere sulla natura. Eppure è sufficiente osservare — confrontando la cartografia storica con il presente — quanta magnificenza sia ancora presente in questi luoghi, quante zone offrano ancora suggestioni straordinarie: come sia presente, nonostante le bonifiche, le lottizzazioni e le tentate e parzial mente realizzate industrializzazioni, quella cultura materiale che aveva ca ratterizzato l ’ ambiente e influito sul volto stesso degli abitanti. In breve, osservando con attenzione, si può capire quanto resti di questi luoghi per puntare sul potenziamento della loro vocazione, per ricercare l ’ al largamento delle loro peculiarità, per, in una parola, riuscire a recuperare quella dimensione e fantastica e reale che hanno espresso fino a pochi decen ni or sono. Il parco, l ’ organizzazione del parco in questo territorio, sembra essere l ’ unico destino possibile e realizzabile. Di fatto è l ’ unica soluzione ve ramente alternativa a tutte quelle fino adesso prospettate e realizzate. L ’ uni ca alternativa perché è la sola destinazione capace di evidenziare e recuperare la magnificenza di questi luoghi. Non un parco che sia il solito recinto denso di vincoli e altrettanto denso di abusi; un parco che consideri la presenza umana ingombrante e anacronistica: l ’ uomo, con le sue attività, qui c ’ è sem pre stato. Un parco, in definitiva, per mitigare gli scempi compiuti in altre periferie, che si sono sviluppate o intendono svilupparsi senza lasciare spazio al tempo libero e alla meditazione. NO. Non può essere tutto questo, non deve esserlo. Tanto più che si fa presto a dire «parco», ma è molto più diffici le realizzarlo. Nel nostro paese i parchi — i grandi parchi territoriali — non si fanno da molti anni. Non ne possediamo più l ’ arte. Scambiamo il parco per riserva naturale, o viceversa. Consideriamo il par co come una zona speciale, per la sua specificità geo-morfologica o per l ’ esse re incontaminata e, giustamente, operiamo, quando si riesce ad operare, per difendere questa specificità e diversità. Per evitare la distruzione della natura ci battiamo, e Antonio Cederna sa quante battaglie sono state perdute, au spicando la conservazione dello stato di fatto o, al massimo, il suo restauro. Lo si voglia o no, per noi il parco è sinonimo di riserva naturale, ed essendo il parco così inteso di difficile attuazione e conservazione, riteniamo (giusta mente) impossibile intervenire là dove questa riserva è stata manomessa, os sia, come nel caso del Delta padano, non sia mai esistita. Un tempo il «par co» si realizzava al di fuori delle specificità naturali, geo-morfologiche, giacché era, spesso, invenzione progettuale, artifizio costruttivo, imitazione e sublimazione della natura dominata/disegnata dall ’ uomo.

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