Problemi della transizione 1984

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Nel caso del Delta padano, il parco per alcuni aspetti ambientali esiste già, è riconducibile a quel concetto di «riserva naturale» a cui si faceva riferi mento, ma per altri bisogna progettarlo e realizzarlo. E realizzarlo non come un completamento/rifacimento di parco tutto parimenti impermeabile o permeabile solo in certe zone, che, così operando, si continuerebbe nella lo gica del recinto o della riserva. Logica — nel caso specifico — alquanto per niciosa dato che da un lato si teme la presenza dell ’ uomo che potrebbe con taminare la natura e, dall ’ altro, l ’ uomo teme di essere cacciato per far trion fare la natura. In questo modo il parco fa paura. I naturalisti gridano allo scandalo per la perduta «purezza» e gli abitanti si vendicano per il loro per duto dominio, per la perduta coesistenza con l ’ ambiente naturale. (Forse un bravo psicologo potrebbe dimostrare che le specualzioni riviera sche altro non sono che il risultato di una volontà di dominio — quasi un ca stigo — contro l ’ ambiente. Un ambiente che si teme impedisca o possa im pedire l ’ evolversi e lo svilupparsi delle esigenze umane. Ancor più, poi, quando questo ambiente si pensa di poterlo cristallizzare in un parco, in una riserva). Di solito si cerca di mitigare una scelta così traumatica prospettando una progettazione e un ’ attuazione lontana nel tempo, resa possibile dopo un laborioso e faticoso iter programmatorio. Si rimanda quindi ad una suc cessione di piani che, al pari delle famose scatole cinesi, definiscono il conte nuto del progetto specifico del parco dopo aver elaborato un piano di «coor dinamento» generale, un piano di «riferimento» territoriale, un piano «com- prensoriale», diversi piani regolatori comunali e infine quello particolareg giato vero e proprio. Poiché una siffatta pianificazione richiede tempi lun ghissimi, ci si affida, per il presente, ai «vincoli» tesi ad impedire che alla fine non ci sia più la materia prima per fare il parco. Tutto questo non funziona neanche nelle zone geo-morfologicamente speciali, figuriamoci per quelle — come nel caso del Delta — che non hanno e non possono avere la sola vo cazione naturalistica... Il progetto di parco va perciò smitizzato, intanto perché non è sempre identificabile con il progetto per le aree di riserva natu rale e, poi, perché ogni parco ha delle sue prerogative che debbono essere ri spettate al di là di iter pianificatori predisposti dalla burocrazia. Non solo. Nel caso in questione il progetto esiste già, ed è rappresentato da quella car tografia dell ’ inizio del secolo scorso, dove la prerogativa dominante è indica ta dalla presenza dell ’ uomo, con tutte le sue manifestazioni ed esigenze, nel contesto naturale. La cartografia del secolo scorso non è comunque una sino pia sulla quale ridisegnare l ’ ambiente perduto e consolidare quello ancora esistente, bensì rappresenta l ’ obiettivo a cui tendere per riqualificare questo territorio attraverso recuperi e consolidamenti ambientali, ma anche attra verso il potenziamento qualitativo delle permanenze umane. Cerco di spiegarmi meglio. L ’ ambiente deltizio ha una estensione non facile da individuare. Pur re stando nel contesto della regione Emilia-Romagna non si sa dove tracciare i confini di questo territorio che dalle sponde del Po potrebbe investire nuclei urbani quali Ferrara e Ravenna fino ad attestarsi in prossimità della via Emi lia meridionale. Ricerche storiche e geo-morfologiche potrebbero con suffi ciente approssimazione scientifica, definire un perimetro da considerare «zo na deltizia». Sarebbe un perimetro inutile quanto astratto per i fini pratici, così come è inutile e velleitario ipotizzare un parco in questa zona nei termi ni usuali di «riserva naturale». Ecco, allora, che l ’ individuazione delle emer genze storiche e naturali esistenti, inquadrate nella loro strutturazione am

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