Problemi della transizione 1984
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
dicare una «macchia» o un recinto particolare del territorio, bensì diventa l ’ elemento propulsivo per ridisegnare il territorio attribuendogli quei conno tati che possono ripristinare l ’ originaria magnificenza. Un parco deve (o dovrebbe) anche stupire, altrimenti che parco è? E deve (o dovrebbe) istruire. (Ma la stessa cosa si deve o si dovrebbe affermare anche per il territorio). Il parco in una zona così ricca di presenze e memorie umane deve anche avere una precisa funzione economica. Ora, mentre sull ’ alternanza «contem plazione/istruzione» — quale specificità di un parco territoriale o di un terri torio tutto parimenti «emergente» — c ’ è una letteratura, sul fattore econo mico c ’ è reticenza e imbarazzo. Un parco, e tanto più un parco che coincide con un territorio fortemente antropico, deve essere anche produttivo nel sen so che deve offrire possibilità e opportunità economiche. Le deve offrire per se stesso, per le sue peculiarità, e non attraverso forme collaterali come la speculazione edilizia e l ’ improbabile industrializzazione di alcune sue parti. Le stazioni, pertanto, debbono essere organizzate in ma niera da poter offrire vantaggi economici. La loro realizzazione comporta interventi di assetto ambientale, di risana mento ecologico, di consolidamento geo-morfologico tali da imporre investi menti e risarcimenti, a breve e medio periodo. Questi interventi sono co munque indispensabili e prima si realizzano e minore è il loro costo. Una volta risanato, con tutti i vantaggi economici che questo risanamento comporta — primo fra tutti quello di evitare i costi spaventosi delle catastrofi cosiddette «naturali» — il parco deve avere una redditività necessaria al man tenimento e alla gestione. Per questo l ’ orditura funzionale delle stazioni de ve contemplare — oltre ai percorsi, agli osservatori, alle sedi per le illustra zioni didattiche, ecc. — anche luoghi ricettivi e ricreativi. Sia chiaro che non si tratta mai di prevedere interventi edilizi più o meno mascherati dalla pre senza del parco, bensì di utilizzare il notevole patrimonio edilizio esistente a questi fini, recuperando con interventi di restauro quell ’ insieme di edifici, adesso abbandonati e fatiscenti, che per la loro posizione possano offrire esperienze irripetibili di soggiorno all ’ interno del Parco. Si pensi ai «casoni», ai tanti «casoni di valle» abbandonati. Si pensi al funzionamento di un servizio di collegamento via acqua dei ca soni stessi o dei punti emergenti dalle stazioni. Si pensi ad un biglietto di accesso al parco. E si pensi pure alla possibilità di un artigianato «storico», che potrebbe ri vivere con la presenza del parco. Una fantasia, non speculativa o falsamente industriale, deve guidare il progetto delle stazioni. Una fantasia in grado di organizzare un sistema fun zionale di visita e di eventuale permanenza in un luogo di grande attrazione turistica quale può essere, appunto, il parco del Delta, il parco di una «zona umida» eccezionale e rara. (Come tutti i luoghi di attrazione turistica vi deb bono essere fonti autonome di ricavi e ricavi ottenibili con le attività collate rali). Le stazioni pertanto si configurano quali luoghi articolati e, a un tempo, unitari. Capisaldi dell ’ organizzazione non necessariamente solo iniziale del Parco; punto di riferimento per sperimentare, attraverso la loro predisposi zione, il progetto stesso di parco. In questa fase istituzionale della legge, proprio per ancorarla ad una casistica concreta, si è cercato di «simulare» i progetti delle stazioni iniziando a predisporre una metodologia specifica.
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