Problemi della transizione 1984

Recuperar Madrid

2. Recuperar Madrid «Recuperar Madrid», lo slogan coniato per sintetizzare e per pubblicizzare l ’ operazione urbanistica, dice già molto sulle sue intenzioni ed è stato fedel mente rispettato nel dispositivo di pianificazione. La tematica proposta è sufficientemente nota in Italia, dove da tempo sono affrontati, con esiti vari, gli stessi problemi. Negli anni dell ’ urbanesimo accelerato, cioè della forte crescita demografica, produttiva, edilizia, Madrid — come è successo a tante città italiane — ha conosciuto uno sviluppo prevalentemente quantitativo; ha cioè creduto che l ’ espansione massiccia, disordinata, a macchia d ’ olio, fosse di per sé positiva; ha trascurato sia la qualità dell ’ espansione, sia le tra sformazioni che si generavano all ’ interno della città già consolidata, anche per effetto della crescita periferica indiscriminata. Oggi invece Madrid — la sua popolazione — torna a guardare sé stessa, mette in dubbio il vecchio assioma «quantità = qualità», cerca nuovi modelli che non identifichino sviluppo con gigantismo. E ciò succede perché il vec chio modello di sviluppo ha creato problemi che ogni giorno si aggravano, ma anche perché una nuova direzione politico-culturale dimostra maggiore disponibilità ad affrontare quei problemi: e tutto questo è reso meno diffici le perché la spinta alla indiscriminata crescita demografica, produttiva, edili zia, viene spontaneamente a mancare, e cioè la popolazione cala, l ’ edilizia perde colpi, la produzione conosce una duplice crisi per il ristagno dell ’ eco nomia e per le esigenze di trasformazione tecnologica. In questo quadro, uno dei primi obiettivi che il nuovo piano si è posto, è quello di combattere la segregazione sociale delle periferie popolari. Le ana lisi condotte hanno misurato infatti clamorosamente lo squilibrio sociale che esiste fra le zone del centro, del nord e dell ’ ovest, abitate in grande preva lenza da ceti medi e da categorie agiate e le zone del sud e dell ’ est, dove si sono localizzati i ceti operai e più poveri. Con una popolazione quasi pari nelle prime è concentrato l ’ 82 % dei laureati e diplomati, mentre nelle se conde vive il 68% dei lavoratori manuali. A questo squilibrio delle condizio ni economico-culturali corrisponde una paurosa disuguaglianza delle dota zioni sociali esistenti: nelle zone del centro-nord-ovest si trova infatti l ’ 82% dei posti alunno delle scuole medio-superiori, l ’ 81 % dei letti di ospedale, l ’ 80% degli impianti sportivi, il 72% del verde di quartiere. Del resto nep pure nelle zone più dotate il livello di servizio sembra sufficiente, perché lo standard medio comunale è di 12 metri quadrati a persona: l ’ obiettivo reali stico fissato dal piano è, dunque, quello di raggiungere complessivamente i 21 metri quadrati per abitante, ma ciò che più conta è la distribuzione dei nuovi servizi di quartiere, concentrati per quasi i 2/3 nelle aree fino ad oggi emarginate. La problematica dell ’ infrastruttura sociale è parte troppo importante dell ’ urbanistica italiana perché sia necessario chiarire ulteriormente l ’ appli cazione madrilena; assai meno nota e diffusa — in Spagna come in Italia — è invece la scelta di ricercare la qualità urbana non solo nei servizi sociali, ma anche nel rafforzamento e nell ’ ammodernamento dell ’ infrastruttura tecni ca, cioè nei servizi per la mobilità, l ’ energia e l ’ ecologia. È raro, ad esempio, che i piani urbanistici, oltre a programmare la viabilità, facciano altrettanto per i trasporti pubblici collettivi, dagli autobus, alla metropolitana, alle fer rovie regionali: questa è stata invece la scelta del piano di Madrid, allo scopo di ribaltare la supremazia dell ’ automobile, realizzata con pessimi risultati

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