Problemi della transizione 1984
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
nendo il legame con il quotidiano, e recuperando aspetti di «filosofia mora le» che proprio nel 1977 hanno cominciato a innestarsi indissolubilmente nella riflessione politica (i problemi della vita, della morte, della sessualità, riproposti simbolicamente e implicitamente nella lotta contro lo spettro nu cleare, la morte totale, e nelle iniziative per la salvaguardia dell ’ ambiente). Il movimento dei Comitati per la pace ha senza dubbio attuato distacchi importanti da vecchie tesi e posizioni della sinistra storica italiana: possono essere interpretate in questo modo le proposte di disarmo unilaterale, l ’ aper ta messa in discussione dell ’ appartenenza italiana alla NATO, l ’ obiezione di coscienza come nuova lettura della «difesa» nazionale trasformata in prote zione civile. Proposte, queste, che il movimento per la pace ha saputo rende re degne di attenzione anche da parte di forze politiche che fino a pochi anni fa avrebbero respinto e liquidato con durezza tesi simili. Ma queste potenzialità anche provocatorie del movimento pacifista italia no non possono annullare le difficoltà. Il punto più controverso per il movi mento dei Comitati è stato il rapporto con la politica. Si sono riproposti pun tualmente i nodi dei rapporti tra movimenti e partiti, come è sempre acca duto dopo il ’ 68, anche se le strade faticosamente intraprese sembrano effet tivamente nuove. Più che in altre situazioni è qui impossibile scindere la forma di questo movimento dai suoi contenuti. Del resto tutte le nuove aggregazioni degli anni ’ 80, in Europa, si sono trovate di fronte al problema dell ’ organizzazio ne'. i Verdi tedeschi (che hanno scelto più chiaramente una struttura «partiti ca») hanno impegnato ore e ore delle loro assise per decidere le procedure congressuali, e l ’ ultima Assemblea nazionale dei Comitati italiani per la pa ce ha vissuto un ’ intera giornata di contrastate votazioni e litigi sui problemi organizzativi e «formali». E un segno che indica la pesante eredità che la forma-partito ha lasciato a questi movimenti, anche la forma-partito di ispi razione marxista o terzinternazionalista. Liberarsi dai pericoli di quel tipo di «organizzazione» è un ’ esigenza dei movimenti nuovi (siano essi ecologisti, alternativi, pacifisti) talmente forte da catalizzare una parte consistente delle loro energie. Ciò è avvenuto anche in Italia, dove il movimento per la pace continua a vedere protagonisti principali gli esponenti più «politicizzati» all ’ interno dei Comitati e nei gruppi pacifisti. Anche in alcune esperienze locali dei Comi tati spesso si è verificata una riconversione di militanti dei cosiddetti «partiti- ni» giovanili, con la ricerca di una identità complessiva nei nuovi movimenti della pace. L ’ eredità della sinistra giovanile degli anni ’ 70 è stata tutta pre sente nella formazione del movimento dei Comitati per la pace, una sinistra giovanile con le sue propulsioni indiscutibili, ma anche con i limiti e le diffi coltà della sua storia. Pdup, Dp e Pei, i tre partiti che si sono subito impegnati nel movimento dei Comitati, hanno fornito alcuni importanti quadri al movimento, ma hanno fornito anche il pericolo di condizionamenti impropri. Ne è risultato così un movimento che veniva orientato dalle forze politiche organizzate nelle occasioni di mobilitazione nazionale, con la scomparsa di quella distin zione (ricordata da Giuliano Martignetti su «Il Manifesto» del 18 marzo 1984) tra il movimento per la pace e le forze politiche che appartengono area pacifista ma non sono, in quanto tali, il movimento. Del resto un condizionamento delle organizzazioni della sinistra e della nuova sinistra si è esercitato anche sulla gestione del Coordinamento nazio
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