Problemi della transizione 1984
Il movimento pacifista in Italia
naie, almeno fino all ’ Assemblea dei Comitati del marzo 1984. La maggio ranza dell ’ esecutivo del Coordinamento proveniva dall ’ esperienza dei «par- titini» giovanili della sinistra, e ne conservava spesso la mentalità, il «modo di fare politica», mentre alcuni «osservatori» di partito hanno svolto ruoli non propriamente propulsivi nella fase ancora embrionale di costruzione dei Co mitati. Si può affermare che le caratteristiche del Coordinamento nazionale sono state inadeguate alle esigenze del movimento, alle sue tensioni rinno vatrici e senza precedenti. Il movimento dei Comitati ha così rischiato di bloccarsi su tematiche a lungo andare paralizzanti. E in questo modo la lotta «culturale» per la pace e la nonviolenza è passata talvolta in secondo piano consentendo ad altre forze (svincolate da problemi di democrazia organizzativa) di occupare un campo lasciato libero. È così che l ’ elaborazione culturale e ideale sulla pace ha visto protagonisti in Italia soprattutto aree cristiane e cattoliche, con un impegno che è cresciuto rapidamente negli ultimi mesi ed è culminato nel convegno di «Testimonianze» a Firenze. Il pericolo è ora quello di un permanente sdoppiamento tra due soggetti pacifisti in Italia: le forze cattoliche e cristiane da una parte e l ’ area della si nistra politica dall ’ altra. In circa tre anni di vita il movimento per la pace ita liano non è riuscito a trovare solidi momenti di mediazione e di raccordo tra questi due soggetti. La separazione di linguaggi e di culture sembra persiste re, riproponendo in modo inedito una «questione cattolica» alle forze politi che di sinistra. Ancora degli ostacoli (forse anche di natura ideologica) impe discono da entrambe le parti una coalizione per la pace. La vera scommessa per i destini del movimento pacifista italiano nel suo complesso sembra essere quindi la possibilità di un rapporto continuato e so lido tra realtà difformi. In questo senso certi segnali nuovi provenienti dal movimento dei Comitati possono avere riflessi positivi anche su queste di stanze culturali e politiche tra diversi soggetti. In questo senso la scelta dei Comitati a favore dellWittO#* individuale alle strutture di movimento po trebbe favorire l ’ afflusso di forze sinora rimaste estranee. Comunque, l ’ ade sione individuale è stata una scelta che innova profondamente di fronte alla sclerotizzazione della pratica politica italiana, una novità che va a merito del movimento dei Comitati e che meriterebbe maggiore attenzione e valorizza zione. Scompare infatti ogni ipotesi centralistica, con la proposta di una pra tica politica che attraverso regole procedurali partecipa alla crescita di una cultura della pace. L ’ adesione individuale (così concepita) è forse l ’ elemento nuovo che più differenzia il movimento per la pace da altri movimenti del passato e dalle tradizioni organizzative dello stesso movimento operaio ita liano. Oggi il movimento pacifista in Italia (e in Europa) è giunto ad un punto cruciale della sua storia e della sua iniziativa. Dopo aver mostrato di essere portatore di una cultura, di un ’ etica e di una politica di pace radicate nelle coscienze della maggioranza della popolazione, il movimento pacifista si tro va di fronte al problema, dalle molte implicazioni, di come influire sulle de cisioni assunte dai governi nazionali e dalle superpotenze. Questo problema è contenuto in una vicenda più ampia: il tentativo per questo movimento di opinione di trasformarsi in soggetto politico, con una sua pratica politica (nonviolenza, disobbedienza civile) e una sua forma organizzativa (adesioni individuali, legame con il territorio, strutture per affinità). La portata «stori ca» di questo avvenimento rappresenta una novità che non va sotto valutata.
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