Transizione 1985

ne di quel grande sconosciuto della sociologia contemporanea che è l ’ « interesse ». Accanto a questa (ma sul versante opposto dell ’ iden tità), un ’ altra lacuna, che sorprende (e probabilmente non è casua le) in contrasto con la ricchezza e selettività della discussione bibliografica: le teorie simboliche della politica e quella di Edel- mann in particolare. Proprio su questo terreno sembra infatti pos sibile quella coniugazione tra dimensione dell ’ interesse e il livello delle solidarietà che non può venire elusa da una teoria dell ’ agire strategico. Anche su un altro fronte il discorso di Rusconi resta aperto e sollecita approfondimenti ulteriori. Nella sua resa dei conti con Schmitt, egli privilegia la problematica decisionistica finendo per lasciare più nell ’ ombra le questioni che il criterio del politico solle va. Non si vorrà certo negare qui la connessione evidente che esiste fra queste due componenti della teoria schmittiana, né sorvolare sul fatto che Rusconi stesso denunci il « fraintendimento della fenome nologia dell ’ ostilità contemporanea » presente in quella teoria. Giusta è senz ’ altro l ’ osservazione che, per quanto Schmitt guardi all ’ estremizzazione della lotta armata in termini di possibilità reale e non di effettiva attualità, riesca difficile a lui e a chi riprende il concetto del politico « rimanere a questo livello di astrazione della possibilità ». Dietro il preteso realismo di chi identifica dietro ogni conflitto la latenza di una guerra civile, si nasconde, secondo Ru sconi, « l ’ incertezza nella identificazione della guerra come mera po tenzialità o minaccia i cui effetti sono politicamente identici a quelli della guerra effettiva, anche in forma civile » (p. 149). E più avanti ancora si insiste: « è scorretto trasferire modi della guerra diretta- mente alla conflittualità civile» (p. 171). Non si può che convenire sulla necessità di una riflessione che assuma a proprio oggetto quelle forme di conflittualità che sono politiche senza per questo essere di fatto eversive o anti-sistema. È la pars construens del discorso, tuttavia, a restare su questo punto al di sotto delle aspettative. Sdrammatizzare il concetto schmittiano del politico, svincolandolo dal suo riferimento alla dimensione della lotta armata e della minaccia di uccisione fisica, separare i livelli della conflittualità interstatale e infrastatale, chiamando in causa la variabile “ sistemi giuridici ” , tentare una riformulazione empirica dei concetti di amicizia e ostilità: ecco una serie di obiettivi che possono essere raggiunti solo attraverso un adeguato sforzo di rielaborazione delle categorie a nostra disposizione. Analisi recenti sulla natura della competizione democratica hanno suggerito la tesi

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