Transizione 1985
concentrate in alcuni settori, bensì di un processo di innovazione più complessivo, che investe l ’ insieme del sistema produttivo, dei servizi, dell ’ organizzazione politico-sociale, del territorio. Conse guentemente o si fanno i conti con la storia e la realtà pregressa di un paese, ricercando soluzioni appropriate a tale contesto, o si va incontro ad una inevitabile reazione di rigetto. Il problema non può quindi ridursi ad una marcia forzata di avvicinamento ai livelli tecnologici più avanzati. Lo conferma il caso del Giappone, il cui successo in larga misura dipende dalla capacità di concepire uno sviluppo in cui nuove tecnologie da un lato, cultura ed orga nizzazione sociale tradizionali dall ’ altro, si integrano e vicendevol mente si rafforzano. Sempre meno il Giappone si presenta insom ma come puro imitatore del modello americano. In secondo luogo va tenuto conto che attualmente i dispositivi e i sistemi elettronici hanno ritmi di innovazione impensabili solo qualche decennio fa. Le loro prestazioni crescono di un fattore 10 ogni 10 anni e talvolta anche più velocemente. Ma considerazioni analoghe valgono per altri settori. Di qui la difficoltà di prose guire secondo il tradizionale modello di acquisizione dall ’ estero di conoscenze e tecnologie con un certo ritardo, che tuttavia in pas sato risultava contenuto rispetto al tempo di vita della tecnologia (o del prodotto). Con i ritmi attuali di innovazione si rischia vi ceversa di istituzionalizzare la collocazione dell ’ Italia in una fascia intermedia fra i paesi più sviluppati e quelli di nuova industria lizzazione. Ne discende pertanto l ’ esigenza di una politica per l ’ innova zione come parte essenziale di una politica per un nuovo sviluppo: in grado, cioè, di mobilitare le necessarie risorse finanziarie, cono scitive, organizzative, di creare infrastrutture e servizi reali atti a stimolare un processo innovativo diffuso, senza i rischi di una di soccupazione di massa, della emarginazione di parti consistenti del territorio nazionale, di un degrado complessivo del paese e del suo ruolo nel contesto internazionale. Non si tratta di pericoli ipotetici: il reaganismo, al di là delle fumisterie ideologiche, ha proposto e attuato una politica dell ’ in novazione che passa attraverso l ’ esasperazione dei divari e delle diseguaglianze: sociali, regionali, fra settori produttivi. E nel no stro paese questa tendenza minaccia di assumere caratteristiche an cora più esasperate. Basti pensare che un processo in cui prevalga — come oggi avviene — l ’ importazione e non lo sviluppo autono mo di innovazione, aumenta gli effetti di distruzione di posti di 30
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