Transizione 1985
grafici, il ritmo musicale dell ’ omelia musulmana annotando, con temporaneamente, in pianta, la posizione che assumono gli offi cianti durante la preghiera. Occorre anche dire che, comunque, una volta giunto in Orien te — che per Jeanneret coincide con la stessa Istanbul, oriente nel l ’ oriente, esotismo nell ’ esotismo — ha inizio per lui una fase di spaesamento: i tempi del viaggio e i tempi del soggiorno si con fondono in una dimensione alla quale egli sembra non sapersi sottrarre. Se durante tutto l ’ itinerario che lo ha condotto da Praga al confine turco egli è stato sostanzialmente “ viaggiatore ” e si è limitato a cogliere con la sua macchina fotografica gli aspetti forse più immediati del reale, giunto ad Istanbul Jeanneret tenta di in serirsi — esattamente come aveva fatto Loti — nella dimensione del residente. « Ci piace Pera, forse più di Istanbul » e « non posso più lasciare Istanbul, si attraversa il ponte la mattina, e lo si ripassa solo tardi ogni sera », o ancora, scrivendo al padre, « Bi sognerebbe che tu mi vedessi in giro per Istanbul, per capire cosa vuol dire vedere queste cose ». Nel suo comportamento che qui solo in parte è precostituito, affiora quell ’ immagine della “ deriva ” che aveva già attratto Pierre Loti e il protagonista del suo romanzo. Anche per Jeanneret la città è, come dice Roland Barthes, « un ’ acqua che porta e nel contempo riprende dalla vita il reale: ci si trova immobili (sot tratti ad ogni competizione) e deportati (sottratti ad ogni ordine conservatore) », condizione ideale per la comprensione del mondo che ci circonda. Istanbul è infatti l ’ unico luogo in cui Jeanneret non usi il Baedeker che saltuariamente e in cui si abbandona alla più totale occasionalità dei suoi amorosi incontri architettonici. Come nelle più tarde immagini della “ città di tre milioni di abitanti ” , in questa città un ordine cartesiano convive col desi derio di annullare e di perdere l ’ uomo nella minuzia della trama residenziale; “ castrum ” e labirinto, urbe e casbah resteranno i re ferenti formali dell ’ urbanistica corbusieriana e, attraverso questa, della città moderna. Pochi edifici, simbolo della volontà di conser vare un rapporto con la realtà, servono come stabili punti di riferi mento: le moschee, la Tour Eiffel, il grattacielo cruciforme di 200 metri d ’ altezza. È così che Jeanneret, dimostra malgrado tutto una capacità di orientamento sconosciuta ai protagonisti dei due romanzi cui ab biamo fatto riferimento, quello di Loti e quello di Farrère. En trambi cercano l ’ annullamento — la “ deriva ” appunto — nel la 56
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