Transizione 1985
dove le onde bagnano vasti gradini di marmo; grandi barche, con le vele dipinte d ’ arancio e di giallo fanno ressa nei porti come farfalle sulla borragine. Nelle campagne, sopra i vasti viallaggi di pietra avorio, si elevano tra le sulfuree vigne le cime aguzze dei cipressi. Sulle montagne, oltre la zona dei castagni, vedo i peristili delle cappelle di marmo fiorire in prossimità di cascate, mentre di fronte, su qualche altura, si innalzano come enormi monoliti, i templi dedicati alla Santa intelligenza e alla Santa Sapienza ». La nota che Jeanneret appone a matita in calce al capitolo è significativa dell ’ effetto che devono aver fatto su di lui simili al lucinate visioni; scrive infatti: « Finito di leggere il 22 novembre 1910 a Neu-Babelsberg. E pienamente d ’ accordo con lo spirito generale e geniale. I paradossi viventi di qui (cioè i compagni del lo studio di Beherens) non lo sono. Io lo voglio un giorno come verità vissuta o vivente. Per quanto mi riguarda questo libro viene favorevolmente in aiuto del mio orientamento. Provoca un esame (di coscienza), deduzioni logiche, chiare, luminose: mi libera dalla morsa tedesca. Lo rileggerò tra un anno a Roma e confrontando mi (?) fonderò la mia disciplina giurese-neuchatelese ». Le parti dello scritto di Vaneyre che egli sottolinea, sono quelle in cui la visione neoclassica non impedisce l ’ immaginazione di un mondo moderno entro il quale il prodotto della tecnica è causa di un tipo di bellezza in perfetta sintonia con quello della tradizione greco-latina. « Io stesso vedo spesso in sogno — scrive Vaneyre — la bellezza di queste ferrovie di montagna che attra versando ghiacciai e picchi ci portano fino sulle cime dei monti. I ponti cavalcheranno le distese dei ghiacciai bianchi e mobili che grondano sotto le loro arcate; e la roccia bruna che affonda le basi nelle nevi intatte, sarà forata da gallerie sopra le quali pas seranno le valanghe ». Scrivendo a Ritter da Pisa nell ’ ottobre del 1911 alla fine del suo viaggio, Jeanneret immagina una città moderna che condensa nelle sue forme le visioni di Vaneyre e quelle colte in Oriente in questi stessi mesi: « Strade diritte con le finestre a scacchi sulle facciate. Niente ornamenti. Un solo colore, un solo materiale in tutta la città. Le auto filano, gli aeroplani passano senza che la gente li guardi. Ci sono strade sui tetti, in mezzo ai fiori e agli alberi. Ci si arriva per grandi scalinate e passaggi sopraelevati (...). Qua e là ci sarà un tempio, un cilindro, una semisfera, un cubo, un poliedro... ». In anticipo di 10 anni sui primi abbozzi della « città di tre milioni di abitanti » è così possibile disporre di una visione 59
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