Transizione 1985

glie quella che chiama “ la stupenda inutilità della cattedrale ” . Ma una inutilità reale rischia di entrare oggi nelle valutazioni di una società detta del benessere che privilegia gli oggetti di mercato — le cattedrali non si vendono — alla ricerca di non rendere evidente il proprio malessere, cioè la propria crisi di qualità. L ’ arte, intesa come concorso “ alla felicità e alla vita della mas sa ” — sono ancora parole di Gropius — “ e non godimento di pochi ” conserva senso se si colloca fra i valori espressi dalla cul tura, termine con il quale siamo appunto soliti intendere non solo depositi di conoscenze. La smisurata diffusione fino alla paranoia che si è avuta del “ design ” non concorre — o concorre oggi in parte ininfluente — ad una autentica qualità esistenziale. A noi interrogarci se la qualità della vita sia allora un obiettivo raggiunto e se — senza negare le conquiste conseguite su di un versante — ciò possa appagare la domanda imperiosa di qualità che investe l ’ intero ambiente fisico dell ’ uomo e il suo spazio esi stenziale. La legittima soddisfazione di un tempo nel comunicare agli ospiti che stavano mangiando con un cucchiaio disegnato da Jacob- sen si è attenuata, non perché il valore estetico di quell ’ oggetto sia diminuito, ma perché si è insinuata la consapevolezza del limite. Mentre la serialità preconizzata dai maestri ha prodotto — contrariamente alle loro speranze — un nuovo antiquariato dai costi inaccessibili per molti, la consapevolezza del limite è degene rata in denuncia, in irrisione della funzionalità e del gusto come traguardi appaganti in se stessi proponendo per provocazione intel lettuale sedie ruvide e scomode di macigno e il deliberato non senso delle forme. Gropius, che pure era stato uno dei principali fautori della serialità, nel ’ 55 sulla rivista Architektur aveva reagito all ’ azione di livellamento dello spirito di massa, incoraggiando un ’ attiva pro posizione individuale. La rigenerazione culturale passava infatti anche attraverso le arti visive, in rapporto però con la vita di una collettività compo sta di uomini pensanti, emotivi, diversi uno dall ’ altro. Di qui l ’ importanza dell ’ esperienza personale accanto a quella sociale che Itten voleva calata nell ’ azione quotidiana, anche se complicandola con evocazioni orientali e altri ricorsi, nel convincimento che ogni azione creativa — e l ’ arte fra tutte — fosse un processo di libe razione. Una scuola che si proponeva prevalentemente di educare 68

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