Transizione 1985

loro giornali e si ricostituisce così quella saldatura tra potere eco nomico e potere politico che ha dominato il sistema informativo italiano per tutti gli anni Cinquanta e una buona parte degli anni Sessanta. Le vicende del settore radiotelevisivo, dalla riforma del ’ 76 al decreto Berlusconi ” che ha sancito di fatto il duopolio pubbli co-privato è altrettanto esemplare. Ma qui, a complicare le cose e a rendere ancora più difficile la individuazione della strada per uscire dall ’ zT/zptfn^ c ’ è da prendere in considerazione anche le ra gioni profonde del fallimento della riforma del “ servizio pubblico ” . Il nocciolo della riforma, come si sa, stava nel trasferimento dei poteri di indirizzo e di controllo della Rai dall ’ Esecutivo al Le gislativo, ovvero dal governo al parlamento. L ’ informazione e la programmazione dell ’ ente televisivo non sarebbero più state omo genee alle concezioni politiche e culturali della maggioranza go vernativa. Avrebbero espresso, giusto la concezione della infor mazione come “ specchio ” della società, la multiforme realtà poli tica, sociale e culturale del paese. La teoria della “ obiettività, completezza e pluralismo ” dell ’ in formazione, per l ’ appunto. Già, ma come si sarebbero tradotte in pratica queste direttive; chi se ne sarebbe fatto controllore e ga rante? Secondo il modello dello Stato di diritto gli operatori radio televisivi — giornalisti, programmisti, tecnici — avrebbero dovuto gestire in piena autonomia (ovviamente alle dipendenze dei loro dirigenti) rispondendo al Consiglio d ’ amministrazione e alla Com missione parlamentare di vigilanza delle eventuali deviazioni o inefficienze. Ma il modello dello Stato di diritto presuppone, per funziona re, la esistenza di due condizioni: 1) una concezione sufficientemen te unitaria, nell ’ organo di gestione e di controllo (in questo caso il parlamento), di ciò che si chiede alla informazione e alla program mazione radiotele visi va; 2) la capacità di accettare, per rispetto a questa concezione unitaria, una informazione e una programmazio ne non omogenea e addirittura in contrasto con gli obiettivi per seguiti da una singola parte politica. Entrambe le condizioni mancavano e continuano a mancare nel parlamento italiano e nello schieramento delle forze politiche che esso rappresenta. La maggioranza governativa non sopportava di perdere il controllo di uno strumento così importante, dopo de cenni di assoluto predominio. La stessa opposizione comunista, anche se le sue responsabilità sono di gran lunga minori, ha fatto 104

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