Transizione 1985

le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico» (Poscritto alla seconda edizione de II Capitale, libro I, a cura di D. Cantimori, Roma, Editori Riuniti, 1970, p. 28). 29. G. Lukàcs, Prefazone a Storia e coscienza di classe, cit., p. XXII (corsivo nostro). 30. G. Lukàcs, Il giovane Marx, cit., p. 25. 31. Ivi, p. 55; si veda inoltre la nostra citazione corrispondente alla nota n. 9. 32. Ivi, p. 17. 33. Da quel che abbiamo potuto constatare finora (e da ciò che mostreremo più avanti) è giocoforza tenere fermo un dato incontestabile, denunciato da C. Vasoli con chiarezza (cosa sempre più rara che molti, per varie ragioni poco edificanti, si adoperano particolarmente di evitare): «chi scorra rapidamente la bibliografia italiana di Lukàcs non incontra davvero difficoltà a comprendere come la sua opera sia stata quasi sempre presentata ai lettori italiani sotto un ’ angolatura troppo parziale e limitata che rispondeva piuttosto ai propositi particolari di questa o quella tendenza del marxismo italiano (o addirittura a «operazioni» ideologiche estrema- mente ambigue) che non a un valido criterio di giudizio critico e storico» in «Il Ponte», 1969, nn. 1 e 2, p. 48). Circa le interpretazioni delle opere premarxiste di Lukàcs Vasoli osserva che: «anche in questo caso, la ricerca teorica di Lukàcs fu spesso interpretata con lo stesso metro che era già servito per opporre tra loro il “ giovane ” e il “ vecchio ” Hegel, il “ giovane ” e il “ vecchio ” Marx e che, adesso, si dimostrava utilissimo per costruire il mito di una “ giovinezza ” veramente “ filosofica ” e “ creatrice, ” del tutto svincolata dall ’ “ ortodossia ” e dalle “ caute le politiche ” degli anni posteriori al 1923. Sicché, invece di una comprensione meditata, “ storica ” della sua opera, al centro di cinquant ’ anni di drammatiche esperienze, al cuore di problemi decisivi e di laceranti alternative (...), si prefe rì il ricorso ad un ’ altra facile mistificazione, ad uno dei soliti recuperi ” (wz, p. 49). Anche G. Oldrini, dopo avere constatato con amarezza i «silenzi», la «generale indifferenza», la «distratta attenzione», la «supponenza 4 * , gli «atteggiamenti di rifiu to preconcetto o di manifesta incomprensione» che hanno circondato Lukàcs nel no stro paese, rileva che «l ’ interesse per Lukàcs si accentra principalmente sui suoi scrit ti giovanili premarxisti e protomarxisti» (Onoranze (mancate) a Gyorgy Lukàcs, in «Rivista critica di storia della filosofia», 1974, n. 3, p. 293-295). In effetti, è molto facile rendersi conto che la maggior parte dei critici privilegiano nettamente (magari sovrapponendovi significati estranei) il giovane Lukàcs rispetto a quello maturo, nonostante che, dobbiamo dire, egli abbia in molteplici occasioni puntualizzato il proprio punto di vista ed avvertito il lettore della necessità di considerare le sue opere giovanili sulla base di una impostazione rigorosamente storica e critica. Ma ciò che è anche possibile notare in molti suoi accusatori è la stretta corrispondenza tra questa predilezione (a volte palesemente strumentale) e la diffidenza o condanna per il comportamento che egli tenne durante la propria permanenza in Unione Sovietica. T. Periini, ad esempio, ha perlomeno fino a ieri indicato nell ’ «accettazione tattica dello stalinismo» la causa «che rende definitivo il tinnegamento della prima fase della sua produzione, culminante in Storia e coscienza di classe» (Utopia e prospettiva in Gyorgy Lukàcs, Bari, Dedalo. 1968, p. 47), ed ha affermato che «tale impoverimento (della produzione matura di Lukàcs rispetto a quella giovanile) è stato il prezzo che Lukàcs ha pagato a causa della sua accettazione tattica dello stalinismo» (La contraddittoria parabola di Gyorgy Lukàcs, in «Problemi del socialismo», 1971, n. 4, p. 608). Inoltre ha sostenuto che «Lukàcs è dovuto passare attraverso le forche caudine del realismo gnoseologico di stampo engelsiano-leniniano [...]. Costretto entro tali limiti soffocanti, il pensiero lukacsiano non poteva in qualche misura non deformarsi» (ivi, p. 602; corsivi nostri). Al che non si può non obiettare: ma se Lukàcs non era convinto di quelle posizioni teoriche che sarebbe stato costretto a professare (cosa che oltretutto contraddice le sue pagine autobiografiche), come si spiega tutta la sua produzione 105

Made with FlippingBook flipbook maker