Transizione 1985
die, fra i capitalisti e i salariati, i mezzadri e gli impiegati, senza alcuna previsione sulla differenziazione delle figure sociali, sul loro nuovo modo di rapportarsi al lavoro. Naturalmente, questo ritardo di Togliatti è in parte comprensi bile, non essendo affatto facile prevedere gli sviluppi socio-econo mici che avrebbero trasformato la struttura di classe delle società occidentali. In parte, però, costituisce la conseguenza dell ’ imposta zione stessa del problema e della strategia delle alleanze sociali. Togliatti vuole esplicitamente rispondere al quesito se il Pei è in grado di creare dei collegamenti organici tra classe operaia e ceto medio. La risposta è positiva perché il Pei vuole farlo (e per i militanti perché deve farlo). Ma nella risposta è contenuta una debolezza: i gruppi sociali destinatari della strategia delle alleanze sociali sono definiti quasi a priori. Come ha sinteticamente notato uno studioso statunitense, Stephen Hellman, in quella che rimane la più penetrante analisi dei rapporti fra Pei e classi medie, «il Pei ha sempre definito prima il blocco di forze sociali che desiderava aggregare, passando solo in un secondo tempo all ’ elaborazione degli obiettivi strategici da assegnare a questo blocco» 2 . A questo si accompagna una visione delle alleanze sociali che, sulla base delle sue precedenti esperienze, Togliatti non può che prospettare in termini relativamente statici. Vale a dire che, una volta conseguito il consenso di alcuni gruppi di ceto intermedio per determinati obiettivi di carattere nazionale e neutralizzati altri ceti intermedi nell ’ ampio fronte antifascista, il cammino diverrebbe pos sibile lungo la via italiana al socialismo. Quasi che antifascismo già significasse antimonopolismo e che potesse essere più o meno rapi damente trasformato in anticapitalismo. Non che Togliatti dovesse già cogliere se non le contraddizioni certo le linee interne di divisione nella composita alleanza fra salariati e ceti intermedi (anche se, poiché il discorso è rivolto ai militanti, un approfondimento di questo tipo sarebbe stato oppor tuno), ma è indubbio che dà la priorità alla necessità di giustificare quelle specifiche e ampie alleanze sociali rispetto alla formulazione dei principi e degli obiettivi che possono selezionare i ceti da chiamare a fare parte di quelle alleanze, con i quali sia davvero possibile elaborare una strategia di trasformazione. In buona misura statica, la visione togliattiana è anche in buona parte difensiva. I fronti lungo i quali Togliatti si deve difendere, o sceglie di difendersi, sono due. Quello interno che preme (e conti nuerà a farlo fino al 1956), che vuole dare non solo la preminenza, 121
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