Transizione 1988

considerata la situazione cecoslovacca. All'amico e compagno Mlynàr, dico che certamente la Sinistra europea non può rasse gnarsi al fatto che sulla «primavera di Praga» — e sull'intervento sovietico — si continui a mentire o a tacere, in Cecoslovacchia e altrove. Noi comunisti italiani non ci siamo rassegnati. Non ab biamo in 20 anni mai contraddetto le posizioni che assumemmo il 21 agosto del 1968. Antonio Gambino ha dato di quelle nostre prese di posizioni un giudizio ingiustamente riduttivo, quando an che personalità non sospettabili di scarso rigore su quelle questio ni, come Riccardo Lombardi, ne furono allora profondamente col pite. Diverso è il discorso su discontinuità e limiti che hanno pre sentato in generale le nostre posizioni in materia di collocazione e politica internazionale specie nel decennio indicato da Gambi no, anche se la sua ricostruzione mi è apparsa lacunosa e per varii aspetti non accettabile. Ma è un fatto che noi non abbiamo più ripreso i rapporti e gli incontri col partito cecoslovacco, in assenza di garanzie minime sulla pubblicità da dare in Cecoslovacchia — se ci fossimo recati a Praga — alla nostra opinione sul 1968 e sulla situazione attuale, e insieme di garanzie sulla possibilità di incontrare esponenti del dissenso. Siamo stati a Praga solo per intervistare, in modo quasi rocambolesco, Alexander Dubcek. Abbiamo espresso le nostre opinioni sulla situazione cecoslo vacca pubblicamente e negli incontri con i nuovi dirigenti sovie tici. Abbiamo posto e poniamo il problema del riconoscimento della mancanza di ogni legittimazione e giustificazione per l'inva sione dell'agosto 1968. E crediamo che si debba partire da due esi genze: 1) piena libertà di ricerca e di dibattito sul '68 cecoslovacco, sulla «primavera» e sulla repressione. E assurdo e ridicolo, in parti colare, che resti tabù il tema delle affinità tra le idee ispiratrici della «primavera di Praga» e le linee direttrici del nuovo corso di Gorba- cév; 2) pieno ristabilimento dei diritti civili e politici di tutti i citta dini cecoslovacchi e del diritto di parola, di intervento, di riunio ne, di movimento di tutti i comunisti cecoslovacchi — a partire da Alexander Dubcek — colpiti dalla repressione, costretti in condi zioni mortificanti e penose nel loro paese o costretti all'esilio. Non credo che questo significhi creare difficoltà all'impegno riformatore di Gorbacèv. Le maggiori difficoltà possono essere create invece dall'insorgere di situazioni ingovernabili o anche soltanto dal trascinarsi di situazioni di pesante ristagno e riflusso 219

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