Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

minanti con le istituzioni e i partiti di governo. A parte le conti guità di questo genere, che in concreto è possibile provare, il di scorso può restare molto più terra terra e dipanarsi lungo i fili delle organizzazioni che tanti interessi, piccoli e grandi, aveva no avuto e continuavano ad avere, secondo tendenze in appa renza indifferenti ai grandi mutamenti istituzionali. Il grosso di queste organizzazioni era costituito da strutture ibride, di deri vazione culturale squisitamente corporativa, che stavano fra il pubblico e il privato: tipiche fra esse le forme associative, con appartenenza strettamente categoriale e con attività configura te come funzioni pubbliche, sia che fossero rivolte al persegui mento di interessi generali, sia che servissero al solo appaga mento di bisogni esclusivi della o delle categorie. Ma anche quando non si trattava di associazioni più o meno entificate, erano diversi gli enti pubblici gestiti da consigli misti, di deriva zione in parte burocratica, in parte categoriale, nonché le com missioni e i comitati, interni all ’ Amministrazione, caratterizzati da una composizione analoga. Aziende del turismo, enti fieristici, opere pie, casse mutue, associazioni di varia assistenza, per invalidi, per orfani, per pensionati, camere di commercio, consorzi di bonifica, di istru zione tecnica e di altre cose, sono solo alcuni esempi della rami ficazione con cui i moduli organizzativi brevemente accennati sono venuti penetrando nei settori più diversi, fornendo in cia scuno agli interessi coinvolti facoltà di varia portata: dal mini mo di una autorappresentanza istituzionale di fronte ad organi pubblici che decidono erogazioni a loro favore, a un massimo di autonormazione nelle materie che li riguardano. Forse perché mimetizzata nella rete istituzionale, questa presenza organizzata del «sociale» per lungo tempo non viene percepita, ovvero, quando lo è, viene ritenuta essa stessa subal terna alla dominanza partitica. Nei limiti in cui se ne parla, si ravvisa in essa un aspetto dell ’ organizzazione del Potere con la P maiuscola, di quello fascista prima e di quello democristiano poi. Il regime fascista aveva perseguito la corporativizzazione degli interessi sociali e lo aveva fatto allo scopo di disinnescar ne la carica politica e di svilire, nel contempo, le autonomie lo cali, nella cui sfera di governo la maggior parte di essi avrebbe altrimenti finito per confluire. La Democrazia Cristiana, per parte sua, continuava nel medesimo disegno, allargandone la rete ed allargando quella delle associazioni (ad esempio la Col tivatori Diretti), che le fornivano i necessari bacini di pescag gio. Ma anche questa spiegazione è unilaterale e deformante, perché genericamente presume che il sociale risulti così orga nizzato in funzione di interessi partitici preminenti. Se'così fos se, la DC, nel periodo post-bellico, dovrebbe risultare assoluta- mente dominante nei consigli d ’ amministrazione e risultarlo molto presto nel tempo. Non è così invece, ed in uno dei settori più significativi — quello della sicurezza sociale — una recente ricerca (che pure vuol fare l ’ anatomia del potere democristiano) ci dice che sono presenti anche gli altri partiti e che solo negli ultimi anni la DC ha raggiunto percentuali parallele a quelle dei suoi suffragi elettorali. Ciò significa che il partito di maggio ranza relativa cerca di estendere la sua influenza sulla rete degli interessi organizzati e cerca anche di estendere la stessa rete, con nuovi organismi di sua diretta creazione. Non è però una rete sua, che essa plasmi e manovri a suo piacimento. Il rappor to è un altro, è di tipo contrattuale e comporta bensì l ’ assunzio

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