Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
tentico nella necessità di proteggere il sociale, organizzato nei corpi intermedi, dall ’ invadenza dello Stato. Ma mentre essa co sì si esprimeva, era il sociale, organizzato a suo modo, che in vadeva lo Stato, usando i suoi poteri per spartirsi i suoi mezzi. Sulla base di questo realistico sfondo, diviene possibile ca pire meglio quanto è accaduto nel decennio che sta per finire e che è spesso inteso come la fase in cui si sono attuati, a scoppio ritardato, i dettami presbiti della Costituzione. Come già ho ri cordato, si ascrive a questa fase l ’ esplosione vitalistica di una società, prima compressa nei partiti ed ora alla ricerca di pro prie e più dirette espressioni, anche in ragione di una crescente sclerosi degli stessi partiti. C ’ è la nuova ed autonoma valenza politica dei sindacati, c ’ è il loro rinvigorimento alla base grazie alla nuova e semi-spontanea realtà dei consigli di fabbrica, ci sono i comitati di base, che diverranno comitati di quartiere, c ’ è la partecipazione di genitori e studenti al governo della scuola, ci sono le domande cosiddette «generali» — di casa, di servizi, di occupazione nel Mezzogiorno — che i partiti, ormai preda degli interessi settoriali, sembrano inidonei ad aggregare da soli e che cominciano invece a camminare sulle gambe del sociale. In termini di ritorno alla Costituzione, sembra l ’ apo teosi del 2° comma dell ’ art. 3, con la focalizzazione quindi del sociale, non più solo sull ’ art. 2, ma sul raccordo fra esso e il progetto di partecipazione, prefigurato in quel comma. In realtà, la vicenda che si apre negli anni 70 per certi versi è più limitata, per altri è più complessa e contraddittoria di quanto non faccia pensare chi la dipinge come l ’ emersione e il trionfo del sociale, nel segno della Costituzione finalmente at tuata. Cerchiamo dunque di orientarci, al di là dei semplicismi. Le spinte, le motivazioni e i disegni che confluiscono in questa fase recente della nostra storia sono molteplici e già di stinguerli e dipanarli esigerebbe un accurato lavoro di ricerca solo in parte avviato. E effettivamente emerso — e si è organiz zato in forme nuove — non il sociale, ma un insieme di interessi prima non percepibili, o perché inesistenti o perché affidati alla interpretazione relativamente libera non solo — come si è visto — dei partiti, ma degli stessi sindacati. Sotto quest ’ ultimo pro filo è esemplare la nuova organizzazione sindacale nelle fabbri che, a partire dalla nascita dei delegati di reparto. Mentre, sul terreno extra-sindacale lo è l ’ organizzazione che si danno i sen- za-casa e gli inquilini delle periferie, che impongono la loro presenza ai partiti e direttamente agli enti territoriali. Il fenomeno, in questi termini, è, tipicamente, non di cam biamento radicale, ma di integrazione-aggiunzione, dovuta al- l ’ affiancarsi di nuove identità sociali a quelle preesistenti. E ve ro, però, che oltre all ’ espansione quantitativa, il nuovo sociale dà luogo, almeno in parte, a cambiamenti che sono anche qua litativi: le domande di cui è portatore, a volte sono corporative e particolari, ma a volte hanno carattere di generalità e com portano, per ciò stesso, moduli organizzativi diversi da quelli in cui si era assestato il vecchio sociale. La domanda di assi stenza sanitaria eguale per tutti e quella di partecipazione col lettiva alla gestione della scuola sono palesemente di questo ti po, perché implicano entrambe il rifiuto di soluzioni particola ristiche o individuali (quali sono invece l ’ assistenza in funzione della categoria di appartenenza e la qualità della scuola conse
4. L ’ emersione del nuo vo «sociale» negli anni 70
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