Problemi della transizione 1979
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
ne del mondo operaio dell ’ ottocento, quando le condizioni del la vita operaia erano così disumane che l ’ operaio non era più praticamente percepito come un essere umano ma come uno schiavo; dall ’ altro lato dal fatto che questa immagine è tornata di attualità e si è rafforzata dopo la generalizzazione del taylo rismo, dell ’ organizzazione scientifica del lavoro e la diffusione della catena di montaggio». Secondo la Linhart, dunque, non c ’ è più una immagine va lorizzante in sé del lavoro terziario ma solo in rapporto al lavo ro operaio; quando i lavoratori intervistati passano infatti a da re una valutazione del loro lavoro, ne riconoscono diffusamen te la degradazione, la mancanza assoluta di prospettiva; anche l ’ atteggiamento nei confronti del datore di lavoro comincia ad essere più simile a quello degli operai, nel senso che è presente in maniera diffusa la consapevolezza «che c ’ è chi comanda e chi esegue» e che è questo ciò che occorre cambiare. In particolare in questi settori del terziario dove è stato introdotto un sistema di meccanizzazione e di industrializzazione viene denunciata con forza, a seconda dei casi, la parcellizzazione, l ’ aumento dei ritmi di lavoro, la monotonia. La scomposizione del lavoro in una successione di mansio ni facili, introdotta anche nel terziario per permettere un più ef ficace controllo della produttività, viene generalmente colta da gli intervistati, ma questo dato non è sufficiente per assimilare la propria condizione a quella dell ’ operaio in fabbrica. Le ra gioni di questa «resistenza» a un processo di identificazione con la condizione operaia derivano, secondo la Linhart dalle aspettative che questi lavoratori continuano ad avere nei con fronti di una immagine del lavoro terziario che sia pure svalo rizzata in sé (a causa dello scarto esistente tra questa immagine e le effettive condizioni di lavori) rappresenta l ’ unica possibilità di fuga e l ’ unico rifugio dal lavoro in fabbrica. Questo disprezzo per il mondo operaio è ancora più gene ralizzato tra le donne sia tra quelle che lavorano nel settore ter ziario, sia tra quelle che lavorano in fabbrica. Per la quasi tota lità delle donne intervistate «il mondo della fabbrica è un mon do ostile e duro, un mondo di uomini incompatibile con l ’ im magine della donna»; e se questa immagine della donna è anco ra troppo spesso quella prodotta da una cultura fondata sulla divisione dei sessi e dei ruoli, la «virilità» del mondo operaio viene avvertita con senso di distacco e estraniazione anche da donne più libere ed emancipate. Certo c ’ è da dire che la maggioranza delle intervistate sono donne ancora largamente modellate sull ’ accettazione di un cer to ruolo sociale, sul posto loro assegnato in questa società, per cui quando pensano al loro ingresso nella vita attiva, non con cepiscono altra possibilità che quella di continuare a prolunga re in un certo senso il loro ruolo di casalinga: prendersi cura dei bambini, curare, cucinare, servire, assecondare («avrei voluto fare un mestiere utile: infermiera o istitutrice»...). Al di fuori di queste attività, che rappresentano le «vocazioni», gli «idea li» imposti dal sistema di valori dominanti e che sono introiet- tati dalla maggioranza delle donne, le attività del lavoro terzia rio sono viste come quelle più rispondenti alle caratteristiche e alla specificità della donna. Molto indicativa, ad esempio, la dichiarazione di una impiegata di ufficio di 25 anni: «Quando si pensa alle cattive condizioni della classe operaia, beh si arri va a pensare che si sta bene; quando si pensa che potrebbe esse
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