Problemi della transizione 1979
Disoccupazione giovanile
re peggio, ci si sente felici»; oppure quella di una giovane com messa dei grandi magazzini: «Il salario è insufficiente, ma è sempre meglio che stare in fabbrica, il mio è un mestiere pulito e femminile» . La stessa commessa, poi, invitata a parlare delle condizioni e delle prospettive del suo lavoro, non esita a dichia rare: «non c ’ è alcuna possibilità di promozione in questo me stiere si resta sempre commessa, e nemmeno per lungo tempo: quando non si ha più un aspetto piacevole, è finita. Sappiamo tutte di non avere prospettive, se non quella di guadagnare qualche cosina in più; sappiamo del resto che se andassimo fuori ne avremmo ancora meno, che man mano che si invecchia il nostro posto di lavoro si fa meno sicuro, che bisogna stare all ’ erta per non essere messe alla porta. Qui più si invecchia più si corre il rischio di essere sbattuta fuori». Eppure, anche una condizione così avvilente e senza pro spettive è ritenuta migliore del lavoro di fabbrica. Ma la stessa valutazione del lavoro di fabbrica viene data anche dagli ope rai? La indagine qualitativa condotta dalla Linhart 32 sull ’ atteg giamento verso il lavoro degli operai dell ’ industria ha investito un campione di 31 persone, di cui 22 maschi e 9 femmine; all ’ interno del campione sono presenti sia operai comuni che qualificati e specializzati. Dalle interviste si possono distinguere tre tipi fondamenta li di atteggiamento: a) un atteggiamento che si esprime sotto la forma di un rigetto-rifiuto del lavoro operaio; b) un atteggia mento che si esprime sotto la forma di «disaffezione» nel senso etimologico del termine, che corrisponde cioè ad una «affezio ne» delusa o tradita e che produce disinteresse, indifferenza nei confronti del lavoro; c) un atteggiamento che corrisponde a un rifiuto di qualsiasi forma di immedesimazione, di identificazio ne sia con il lavoro che con la fabbrica e che si manifesta attra verso una specie di «neutralità affettiva» nei confronti del lavo ro stesso: né attrazione, né repulsione. Per quanto riguarda il primo tipo di atteggiamento, assai simile a quello espresso dai lavoratori del terziario, la Linhart parla di rigetto a priori, dall ’ esterno. E aggiunge: «Parlare di un rigetto dall ’ esterno da parte di intervistati che si trovano ad essere inseriti nel mondo del lavoro operaio e che vivono quoti dianamente nella fabbrica può apparire paradossale. Purtutta- via l ’ atteggiamento di questi lavoratori somiglia stranamente a quello di coloro che, sul punto di entrare nella vita attiva e al momento della scelta, rifiutano l ’ idea stessa del lavoro operaio. Trattandosi in maggior parte di donne (ma non solo), emerge che esse sono entrate nel mondo operaio di controvoglia, con una certa repugnanza e con la disillusione di non essere riuscite a lavorare nel terziario, dove avevano collocato tutte le loro aspettative». Essere ridotti a lavorare in fabbrica, equivale dunque a una sconfitta, rappresenta l ’ impotenza a fare altre cose, espri me fallimento sociale. Per la maggior parte di coloro che si ca ratterizzano con l ’ atteggiamento che la Linhart chiama di «ri getto dall ’ esterno», essere finiti in fabbrica rappresenta lo sboc co logico di una storia personale segnata dalla «mancanza di possibilità di partenza»; in primo luogo il non accesso al «sape re», alla scuola. Frustrati nelle loro aspirazioni, considerano la loro permanenza in fabbrica come una ingiustizia che sono sta ti costretti a subire per una serie di circostanze; si sentono quin di totalmente estranei al mondo operaio e sono, in ultima istan
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