Problemi della transizione 1979

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

za, dei rassegnati. Il secondo tipo di atteggiamento è invece contrassegnato da una valutazione del lavoro manuale che si può definire posi tiva: bisogno di esprimersi attraverso il proprio lavoro e di dar gli un senso, bisogno di creare qualcosa con le proprie mani, bisogno di progredire accumulando esperienza e conoscenze, bisogno di realizzarsi sentendo l ’ utilità del proprio lavoro. In particolare sono i giovani usciti dalle scuole tecniche che espri mono senza troppe censure questi ideali e questi bisogni, che desidererebbero diventare dei «buoni operai». Ma ben presto questi giovani misurano tutta l ’ inutilità e la vanità di ciò che hanno appreso a scuola e anche di quello che hanno cercato di imparare in fabbrica. Aspettative non realizzate, tentativi fru strati di inserimento «creativo» nella fabbrica generano la di saffezione. Questo per quanto riguarda i giovani: per i lavora tori più anziani le aspettative tradite assumono l ’ aspetto di una nostalgia nei confronti del passato, un passato spesso mitico, i cui valori sono rappresentati dalla tenacia, dalla durezza, dall ’ amore per il proprio mestiere, dal fatto di essere dei pro duttori di ricchezza, dalla utilità sociale del lavoro. Questi va lori, fondamentali nella costruzione storica di una «identità operaia», sono visti come perduti, anche se non irrimediabil mente, e da cui nasce la disaffezione, il disinteresse per il lavoro in fabbrica così come oggi si svolge. Il terzo tipo di atteggiamento esprime nei confronti del mondo operaio «né attrazione né repulsione». Si tratta, nella quasi totalità, di lavoratori di origine contadina che continua no spesso ad aiutare i loro familiari nel lavoro di campagna. Il loro sistema di valori è rimasto, anche dopo l ’ ingresso in fab brica, di tipo contadino, ed hanno, nei confronti del lavoro di fabbrica, un rapporto di stretta necessità. Ne considerano con sufficiente serenità i vantaggi (un salario tutti i mesi, un lavoro tutto sommato meno faticoso di certi lavori in campagna, un orario di lavoro fisso, al termine del quale «la giornata di lavo ro è definitivamente terminata») e gli svantaggi (perdita di au tonomia, costrizione per tante ore in un luogo chiuso, mancan za di un contatto diretto con la natura). Questi lavoratori af frontano il loro rapporto con la fabbrica relativamente bene, anche se con passività; nei confronti della fabbrica esprimono talvolta una sorta di «riconoscenza» nella misura in cui per mette loro di guadagnarsi da vivere con maggiore sicurezza di quella consentita dal mestiere del contadino. Non si integrano mai totalmente né si sentono totalmente respinti dal mondo in cui sono entrati a far parte: il loro atteggiamento è, appunto, di neutralità. Se è dunque difficile — come sottolinea la stessa Linhart — ogni tentativo di interpretazione globale di queste interviste (dato che l ’ unico elemento di omogeneità immediata che emer ge tra gli operai, al di là della loro età e della loro qualifica pro fessionale, è che «bisogna lavorare per vivere», che «il lavoro è prima di tutto un salario») va però sottolineato che non viene espressa in modo generalizzato una visione così negativa del la voro operaio, come era avvenuto invece da parte dei lavoratori del terziario; molte risposte denotano come sia ancora presente un «modello operaio» secondo il quale il lavoro manuale in sé non è considerato né inferiore né degradante, e questo non solo tra i vecchi, ma anche tra i giovani operai. Enorme è invece lo scarto tra le aspettative nei confronti del lavoro e le condizioni

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