Problemi della transizione 1979
Disoccupazione giovanile
oggettive in cui il lavoro si svolge nelle officine, durissima la critica nei confronti dell ’ organizzazione gerarchica dell ’ impresa e del taylorismo. Non saremmo dunque di fronte ad una crisi del lavoro umano (come quella che attraversò quando ci si avviò alla sua frantumazione) ma invece a una crisi del lavoro organizzato, a una crisi del sistema tayloristico dell ’ impresa, contro il quale gli operai lottano, come sottolinea la Linhart, non soltanto alla lu ce del sole, ma anche per vie sotterranee: una sorta di «lotta clandestina per la produzione» sostenuta in fabbrica dagli ope rai. Al di là degli atteggiamenti nei confronti del lavoro, la pre senza degli operai in fabbrica si caratterizzerebbe attraverso una partecipazione attiva che supera largamente la rigidità del le norme imposte dalla organizzazione scientifica del lavoro. «E impensabile — scrive la Linhart — che ingegneri e tec nici dei metodi, separati dalla pratica concreta del lavoro, pos sano nei loro uffici prederteminare esattamente ogni compito da effettuare, possano prevedere e risolvere in anticipo i molte plici incidenti che si producono nel corso della produzione. .. È l ’ intervento degli operai che rimette quasi sempre in marcia una organizzazione traballante. .., è il comportamento degli operai, giovani e meno giovani, che consiste nel raddoppiare gli sforzi, nel prendere iniziative non ufficialmente richieste che fa sì che la produzione possa uscire e sia di una qualità accettabile... Certo questa partecipazione attiva e questa implicazione nel la voro quotidiano non significa che gli operai siano soddisfatti del loro lavoro o che non aspirino a trasformare le condizioni, il contenuto, il senso...». f2) Per quanto riguarda la durata del lavoro (il tempo di lavoro rispetto al più generale tempo di libertà e di vita) abbia mo già riportato nei punti precedenti l ’ interrogativo di Collins il quale si domanda perché il progresso tecnologico non sia sta to fino ad oggi capace di ridurre la quantità e quindi il tempo di lavoro. Lo stesso interrogativo se lo pone Maurice Rustant 33 il quale, in uno studio sulla durata del lavoro e sulle prospettive di una sua riduzione condotto in Francia, pur senza servirsi di ricerche empiriche dirette ma mettendo insieme con intilligenza tutta una serie di dati e di analisi effettuate su questa materia, ricostruisce l ’ evoluzione degli atteggiamenti nei confronti della durata del lavoro. Innanzitutto Rustant identifica con grande precisione quelle che sono le tre dimensioni della durata del lavoro: a) il tempo passato al lavoro nel corso della settimana e la sua ripar tizione giornaliera; b) il tempo passato al lavoro durante l ’ anno con gli intermezzi costituiti da ferie e giorni festivi; c) il tempo passato al lavoro nel corso della vita; dall ’ entrata nella vita atti va fino al pensionamento. All ’ interno di tutte e tre queste dimensioni Rustant sottoli nea che cosa bisogna intendere per tempo di lavoro: non sol tanto, egli dice, quello strettamente passato sul luogo di lavoro
33 M. R ustant , Vers la semaine de 30 heures, Parigi 1975.
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