Problemi della transizione 1979

Disoccupazione giovanile

serie di dati: l ’ esperienza stessa della 285 (ottocentomila giova ni disoccupati si sono iscritti alle liste speciali di collocamento, testimoniando non solo il loro bisogno di lavoro ma anche una certa disponibilità a prendere in considerazione lavori di tipo manuale indipendenti dal livello di scolarizzazione che ’ era nel 50% dei casi il diploma o la laurea); le diffuse attività lavorati ve degli studenti sulle quali ci siamo soffermati ampiamente in questo articolo. Riteniamo invece che il problema sia molto più complesso e che abbia le sue radici in una difficoltà di tipo poli tico-culturale, in particolare nella tendenza a sottovalutare le modificazioni profonde avvenute negli atteggiamenti verso il lavoro e verso la vita non solo tra le giovani generazioni ma all ’ interno della stessa classe operaia 64 . Queste modificazioni traggono la loro origine da un lato dalle conquiste delle lotte operaie dal 1968-69 in poi; dall ’ altro lato da alcune strategie adottate più diffusamente dal padrona to anche come risposta ai vincoli posti da queste conquiste (ad esempio la forte espansione dell ’ economia parallela, il decen tramento produttivo, il lavoro nero ecc.); dall ’ altro lato ancora dalla messa in discussione di tutta una serie di ruoli sociali, nell ’ ambito della vita pubblica e in quella privata, che ha porta to alla luce contraddizioni nel passato più sotterranee come ad esempio quella tra uomo e donna. Due sono allora le linee di riflessione principali che posso no essere proposte alla discussione: a) una prima linea di rifles sione che parta dal modo in cui lo sviluppo produttivo è avve nuto in una regione come l ’ Emilia-Romagna e che quindi col ga, all ’ interno di questo sviluppo, le contraddizioni strutturali di tipo economico e sociale e le caratteristiche di «disoccupa zione» molto diverse da quelle che esistono nel resto del Paese e in particolare nelle zone meridionali e nelle isole; b) una secon da linea di riflessione molto legata alla prima che affronti a li vello politico-culturale i mutamenti di atteggiamento avvenuti sia nella classe operaia che nelle nuove generazioni e nelle don ne, tenendo conto anche della eterogeneità di questi mutamenti e della influenza su di essi del contesto politico, economico, so ciale e familiare. Per quanto riguarda la prima linea di riflessione: al) occorre verificare come concretamente all ’ interno dei diversi comparti produttivi e del tessuto industriale di piccola e piccolissima impresa predominante si pongano i problemi ge nerali del rapporto studio-lavoro, o meglio del rapporto tra competenze (o non competenze) acquisite nello studio e compe tenze (o non competenze) richieste dal posto di lavoro. Se è pericoloso infatti pensare ad un rapporto studio-lavo ro nei termini di una astratta ideologia tecnocratica, potrebbe essere ugualmente errato accettare aprioristicamente una anali si come quella fatta da Collins per la società americana (e cioè la rigida divisione ormai in atto tra lavoro «politico» e lavoro «produttivo», il carattere di pura e semplice «credenziale» del titolo di studio ecc.), senza verificare attentamente prima tutti

64 Come esempio di posizione particolar mente ottusa nei confronti dei problemi delle nuove generazioni in fabbrica ricor diamo le dichiarazioni fatte da A. Minucci («La Stampa», 14 ottobre 1979) che dopo aver analizzato la recente situazione alla FIAT, afferma che «assumendo studenti e disadattati la FIAT ha raschiato il fondo

del barile». Ben diverse sono le posizioni di B. Trentin («L ’ Unità», 17 ottobre 1979), di T. Lettieri («La Repubblica», 21 ottobre 1979) e di A. Accornero («L ’ Unità», 21 ot tobre 1979).

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